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Cancellarsi da Facebook è quasi impossibile

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Non c’è solol’eredità fatta di case, denaro, terreni, gioielli. Ne esiste ormai anche una digitale. Conti correnti on-line, account di posta elettronica, profili sui social network. Cosa succede a questa matassa virtuale quando l’utente passa a miglior vita? Bisogna provvedere finché si è in tempo. Ecco perché in Gran Bretagna gli studi legali ormai chiedono ai clienti che desiderano esprimere le loro ultime volontà di lasciare anche per iscritto username e password di tutti i siti utili. È il testamento 2.0. Che si occupa di un altro tipo di lascito, quello impalpabile della rete. Perché ormai in tanti gestiscono i propri affari con un clic. Ci sono le banche solo on-line, per esempio. O business che esistono esclusivamente attraverso il loro sito web. Anche solo per accedere al pc di un defunto, spesso, serve una password. «Da qualche anno stiamo vedendo un aumento costante di persone che vengono da noi con delle volontà molto precise su come gestire la loro presenza digitale dopo la morte – spiega al Times Chris Walton, legale specializzato in testamenti del noto studio Irwin Mitchell – Per questo i clienti lasciano le password e istruiscono i famigliari su come comportarsi con i loro account».

Secondo una ricerca condotta dal Goldsmith College e dal sito Rackspace l’11 per cento degli adulti britannici lascerà nelle ultime volontà gli accessi digitali. È una percentuale bassa, certo, ma solo adesso ci rendiamo conto di essere la prima generazione social network. In fondo abbiamo iniziato a parlare di Facebook & Co. solo alla fine del 2005. E solo adesso si comincia a riflettere sulla nostra vita on-line oltre che su quella off-line. Cosa succede alle pagine Facebook, Twitter, MySpace (solo per citarne alcune) dopo la scomparsa dell’utente? Si calcola che in tutto il mondo 1,8 milioni di membri di Facebook moriranno quest’anno. Quei profili resteranno attivi a meno che qualcuno, come i famigliari, non decida di chiuderli.

«Dobbiamo accettare che il networking on-line sia ormai diventato un asset come le case e il denaro. Non è strano che ora si citi nel testamento», riflette Harry Small, partner dello studio legale Baker & MacKenzie. Senza password è quasi impossibile reclamare la chiusura delle pagine. Che possono diventare spazio pubblicitario di pompe funebri e servizi simili. Si sa, la rete è spietata. Facebook e MySpace, per esempio, hanno introdotto il servizio di «commemorazione»: il profilo viene congelato ma mantenuto a tempo indeterminato. Cancellarlo del tutto dalla rete è una missione quasi impossibile. Da Google a Twitter, da eBay a PayPal, arrivando fino a Facebook, username e password non vengono mai rivelati. E far sparire le impronte virtuali del defunto sul web diventa più complicato della compilazione di un atto di successione.

Il concetto su cui si impatta è proprio la tutela della privacy per la cui violazione spesso e volentieri siti e soprattutto social network finiscono sul banco degli accusati. Non a caso negli ultimi tempi si sono affinati e perfezionati proprio i sistemi di messa in sicurezza della identità delle persone che vi si iscrivono. Bisogna infatti mandare il certificato di morte all’ufficio di competenza, a volte è necessario allegare documenti legali o persino l’annuncio mortuario sul giornale. Intanto i mesi passano e la frustrazione aumenta. C’è anche chi ci pensa prima e invece di lasciare le parole chiave nel testamento opta per un servizio on-line. In Usa sono nati i primi siti che si occupano di gestire la vita digitale di chi scompare. Per esempio Legacy Locker o My Webwill con circa 30 dollari all’anno (20 euro) immagazzinano tutti i dati (foto, filmati, password, operazioni bancarie, ecc.) e li mandano alle persone indicate dal cliente quando questo muore. Un modo semplice e pratico, in puro stile americano, per risolvere il problema perché il servizio si attiva se l’utente non risponde per un certo periodo alle e-mail. Di certo molto più conveniente dell’avvocato di turno. © Deborah Ameri

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