Benzina dall’aria con Air Fuel Synthesis

Air Fuel Synthesis

Air Fuel Synthesis

Desta perplessità tra gli esperti italiani l’annuncio fatto da un’azienda britannica e rilanciato dal quotidiano Tel Indipendent, sulla possibilità di ottenere benzina dall’aria. La Air Fuel Synthesis di Stockton-on-Tees ha dichiarato di aver prodotto cinque litri di benzina «sintetica» da quando, in agosto, ha messo in funzione la sua raffineria per testare la tecnologia che, secondo l’azienda, permette di ottenere carburante da anidride carbonica (CO2) e vapore acqueo. La ricerca è stata finanziata dalla Institution of Mechanical Engineers, che descrive la tecnica sul suo sito. Non ci sono al momento pubblicazioni scientifiche. «La novità è nel dispositivo per la cattura della CO2 dall’aria; per il resto non c’è nulla di nuovo: sono tutte tecnologie già sperimentate», osserva Nicola Armaroli, del gruppo europeo sulle tecnologie di conversione della CO2 e direttore di ricerca dell’Istituto di Sintesi organica e fotoreattività del Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr). L’esperto osserva inoltre che il dispositivo «non produce energia, ma la consuma. L’azienda ha dimostrato un principio». In sostanza c’è un’apparecchiatura per la cattura della CO2 da lanciare sul mercato, ma la possibilità di produrre benzina dall’aria «è un’esagerazione giornalistica», osserva. «Non si tratta della scoperta del secolo», commenta Angelo Moreno, ingegnere chimico dell’Enea responsabile del Progetto Idrogeno e Celle a Combustibile (Idrocomb) e presidente dell’associazione italiana H2IT. «L’idea di produrre combustibili sintetici a partire da CO2 e acqua non è nuova: noi stessi stiamo conducendo un progetto con il Politecnico di Torino per ottenere metano partendo dall’anidride carbonica e dall’acqua». Moreno osserva inoltre che per ottenere la reazione «bisogna spendere più energia di quanta se ne produce con la combustione». Il processo ha quindi senso se si usa l’energia in surplus da fonti rinnovabili. Inoltre, considerando che la CO2 presa dall’aria è molto diluita, è necessario movimentare tanta aria per ottenere le quantità necessarie, e questo richiede l’uso di pompe e compressori che hanno un costo. Prudente anche Paola Belardini, direttore dell’Istituto di Motori del Cnr: «l’elaborazione della tecnica è chimicamente funzionante e concettualmente valida, ma che il processo sia efficace è da vedere, bisogna capire se il bilancio energetico ha senso. Occorre che vengano scritti dei lavori, che forniscano informazioni scientifiche con dei numeri e maggior dettagli». Per il chimico Dario Braga, prorettore dell’università di Bologna, «il processo non è nuovo e tecnicamente possibile, ma il costo energetico e di processo è, o almeno era, enormemente superiore al ricavo». Sulla stessa linea è Francesco Luca Basile, del Dipartimento di Chimica industriale e dei materiali dell’università di Bologna, per il quale «la novità è nel fatto di ricavare la CO2 dall’aria, dove è molto diluita». Il risultato, aggiunge, «è efficace dal punto di vista comunicativo, ma dal punto di vista industriale un po’ naif visto che si deve spendere tanta energia per pompare tanta aria nella torre di adsorbimento per fare qualche litro di carburante. Per cui conviene sempre usare prima quella concentrata».

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