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Trattative Stato-mafia, ero a favore del 41 bis

Giuliano Amato

Giuliano Amato

«Mai saputo di trattative tra uomini dello Stato e la mafia. Ero fermamente a favore del 41 bis. La reazione delle istituzioni a quella stagione ci fu, con l’arresto di Totò Riina, ma la matassa non è ancora sbrogliata e l’Italia ha un problema antico di contiguità con la criminalità». A parlare davanti alla commissione Antimafia è Giuliano Amato, presidente del Consiglio tra il 1992 ed il 1993. «Io – ha spiegato Amato – non avrei mai potuto sapere dell’esistenza di una trattativa perchè, anche se ci fosse stata, nessuno sarebbe venuto a parlarne con me: avrei messo un fermissimo alt. Ero totalmente all’oscuro». L’ex premier ha poi riferito di non aver mai incontrato l’allora capo del Ros, generale Antonio Subranni, nè il suo collaboratore, colonnello Mario Mori. «Mori – ha ricordato – venne ricevuto dal segretario generale di Palazzo Chigi, Fernanda Contri dopo l’uccisione di Borsellino. Lei gli chiese notizie sulle indagini, non parlò di trattative nè ebbe da lui indicazioni in quel senso». Amato ha anche negato pressioni sulla scelta dei ministri del suo Governo. «Nelle proposte fattami da Forlani – ha ricordato Amato – all’Interno sarebbe dovuto andare Nicola Mancino e Vincenzo Scotti, in precedenza all’Interno, si sarebbe spostato agli Esteri. Io ritenni plausibili queste indicazioni ritenendo Mancino una personalità dal curriculum adeguato e Scotti un uomo eclettico in grado di ricoprire diversi incarichi». Quest’ultimo, ha sottolineato, «non mi segnalò mai il suo desiderio di restare all’Interno e perciò rimasi sorpreso quando lui successivamente disse di aver provato sorpresa e preoccupazione per non essere rimasto all’Interno». L’ex premier ha parlato poi delle ipotesi che le stragi di Capaci e via D’Amelio «abbiano matrici diverse, non soltanto mafiose. Io non sono in grado di escluderlo. Le technicalities dei due episodi – ha osservato – sono tipiche di altri fenomeni criminali, del terrorismo internazionale, ma io non ho elementi su questo. Si sa che la mafia, in precedenza, uccideva in un altro modo». Per Amato il bilancio è comunque positivo. «Siamo partiti – ha rilevato – con due delitti, Falcone e Borsellino, nel periodo giugno-luglio 1992 e siamo arrivati al gennaio 1993 con l’arresto di Riina: questi sono i risultati, se poi non si è riusciti a dipanare la matassa, ciò fa parte di un problema italiano di contiguità mai rimossa tra la criminalità ed altri ambienti». Questo, ha aggiunto, «è un problema che ho sempre avuto presente, ma non potevo sbrogliarlo nei pochi mesi in cui sono stato presidente del Consiglio. Subito dopo l’omicidio Borsellino ho cambiato i vertici dei servizi segreti, avendo la netta percezione di una loro inadeguatezza, misi a capo del Sisde una delle persone più oneste ed impermeabili, fu sostituito il prefetto di Palermo». Amato ha quindi fatto riferimento all’inchiesta sulla trattativa ricordando che «accadono fatti gravi che si accavallano e si mette in moto la macchina della giustizia alla ricerca di fatti che possano corroborare un’ipotesi, ma all’epoca – ha ricordato – c’è stata una reazione da parte dello Stato, che ha prodotto l’effetto più importante, l’arresto di Riina».

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