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Sì alla fiducia, Berlusconi si salva, fallito l’agguato

Voto di fiducia

Voto di fiducia

Così felice, da lodare anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. «Grazie alla sua politica abbiamo i conti in ordine. È giustamente preoccupato di far quadrare il bilancio». Il premier, reduce dal suo cinquantatreesimo voto di fiducia, annuncia così la sua svolta: «Dopo che il governo avrà approvato il decreto sviluppo, pronto la prossima settimana, mi trasferirò, come sede principale di lavoro in Parlamento». Primissimo pomeriggio a Montecitorio, dove l’esecutivo ha incassato la fiducia con 316 sì e 301 voti contrari. Sul campo, restano le invettive contro i ”traditori” dei due schieramenti: da una parte, mancano due scajoliani (Fabio Gava e Giustina Destro) e Luciano Sardelli, il Responsabile, che ha respinto anche l’ultimo corteggiamento di Berlusconi; e dall’altra è rottura tra Pd e radicali, presenti al voto fin dalla prima chiama. «Abbiamo sventato l’agguato che hanno tentato di portarci per non farci raggiungere il numero legale, secondo un trucco del più bieco vecchio parlamentarismo», spiega il Cavaliere che tramuta quei 316 voti segnati sul tabellone dell’aula in 318 sì a suo favore, «perché ci sono due dei nostri impediti a venire». Nomi e cognomi: Alfonso Papa, detenuto a Poggioreale, e Pietro Franzoso, ricoverato in seguito a un incidente.

L’opposizione rinvia la vittoria a breve, così la pensano il segretario Pd Pier Luigi Bersani e il leader Udc Pier Ferdinando Casini. «Il governo morirà di fiducia», parola del democratico. Esplicito il centrista: «Le elezioni sono più vicine. Berlusconi vuole andare avanti qualche settimana in modo da votare nei primi mesi del 2012». Il presidente della Camera Gianfranco Fini non vede dove stia la vittoria per l’ex alleato: «Nonostante la fiducia continuerà a galleggiare». In mattinata tutti le opposizioni – dopo una riunione a Montecitorio – avevano optato per una strategia che, per buona parte della mattinata aveva tenuto sotto scacco la maggioranza. Centrosinistra fuori dall’aula nella speranza che il centrodestra non sia in grado di raggiungere quota 315, il numero legale. Se così fosse stato, il voto sarebbe stato nullo e il blocco dei lavori parlamentare conclamato.

Le assenze e le defezioni nel centrodestra lasciano ben sperare, ma al termine della prima chiama il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi annuncia che il numero legale c’è perché hanno risposto in 322, di cui cinque radicali che hanno votato no. Per Berlusconi è fatta. Contro la pattuglia pannelliana si scatena l’ira del Pd. Rosy Bindi li bolla come «stronzi», il partito li accusa di aver fatto da traino per il raggiungimento del numero legale. La pattuglia cerca di difendersi sostenendo di aver sempre partecipato al voto, ma in Transatlantico fanno notare i colloqui con il Guardasigilli Nitto Palma (i radicali da tempo chiedono interventi per i detenuti).

Alla seconda chiama, accolta dal grido di ”buffoni”, anche l’opposizione si presenta in aula e fa mettere a verbale i suoi 301 no. «Una fiducia a numeri pieni», esulta il segretario Pdl Angelino Alfano. Soddisfatti i leghisti, con il ministro Roberto Maroni che parla di «nuovo vigore per l’esecutivo». Bossi sentenzia: «Al voto quando decido io». Il responsabile della Difesa Ignazio La Russa accusa l’opposizione di aver «barato», per aver disertato la prima chiama, a cui peraltro anche il Senatùr non ha risposto. Claudio Scajola fatica a trattenere i suoi e sulle defezioni di Destro e Gava spiega: «Mi dispiace. Ma dopo la fiducia c’è bisogno di un grande cambiamento, altrimenti questi casi si ripeteranno». In piazza, dove stazionano gli ”indignati” che oggi saranno in corteo, l’annuncio del voto di fiducia viene accolto da lanci di uova: «Vergogna». © Maria Paola Milanesio

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