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Sfiducia costruttiva per far fuori Berlusconi

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

L’occasione per decretare la fine di Silvio Berlusconi sarebbe ghiotta: martedì alla Camera si vota di nuovo il rendiconto dello Stato, il documento di bilancio su cui è scivolato un mese fa il governo, costringendo il Cavaliere il 14 ottobre a chiedere la fiducia. Ma non sarà su questo atto che le opposizioni faranno scattare l’affondo. L’ultima frontiera di Pier Ferdinando Casini, Pierluigi Bersani e Gianfranco Fini è l’inedito di una mozione di sfiducia costruttiva. L’idea è saltata fuori nel carosello di contatti e di telefonate tra i tre leader, più Enrico Letta, Lorenzo Cesa e Rocco Buttiglione. Mentre Casini e Cesa continuavano a ricevere deputati del Pdl come in un confessionale e accoglievano nel gruppo dell’Udc Alessio Bonciani e Ida D’Ippolito Vitale (annuncio dato su Twitter da Roberto Rao) e fatti due conti scoprivano che «ormai la maggioranza non c’è più, o quasi». Ebbene, mentre per dirla con Letta «avveniva lo smottamento del Pdl», è tornata a circolare la Domanda con la D maiuscola: come mandare a casa Berlusconi? La prima scelta di Terzo Polo e Pd, per evitare conte che il Cavaliere ha dimostrato di saper gestire al meglio grazie alle campagne acquisti condotte da Denis Verdini, fino a ieri sarebbe stato il passo indietro del premier. Ma questa opzione, ora che il successo sembra probabile, non è la più gradita in quanto rischia di creare imbarazzi.

La ragione: il Cavaliere, dimettendosi, potrebbe indicare Gianni Letta, Renato Schifani o Angelino Alfano. E il Pd, al contrario del Terzo Polo, esclude categoricamente di sostenere un nuovo esecutivo targato Pdl. Se invece Berlusconi cadesse rovinosamente, ci sarebbe spazio per quel governo di unità e responsabilità nazionale caldeggiato da tutte le opposizioni. Antonio Di Pietro incluso. Ecco, dunque, la trovata della mozione. Non una semplice sfiducia, che farebbe fuggire i peones preoccupati di perdere il posto causa elezioni anticipate. Ma una mozione di sfiducia costruttiva – da votare entro la prossima settimana – che eviti «il salto nel buio». Dove verrà indicato la formula del governo di responsabilità nazionale. Dove sarà descritto il programma: le misure per fronteggiare la crisi economica e la tempesta speculativa sulla base delle richieste della Banca centrale europea. Più la riforma della legge elettorale.

Ma dove non ci sarà alcun accenno al nome del possibile presidente del Consiglio: «Questa è prerogativa del capo dello Stato», dice Buttiglione. Ma il candidato già c’è, ed è Mario Monti. «Nulla è però definito, la decisione sulla mozione la prenderemo lunedì», afferma Cesa. «E comunque serve una maggioranza ampia, non ristretta a un solo schieramento», avverte Casini. Il giorno dopo, martedì, alla Camera si vota il rendiconto dello Stato. Al momento la maggioranza è sul filo, ma dal Quirinale è scattata la moral suasion per evitare bocciature di questo «documento fondamentale dello Stato». Conclusione: l’Udc è orientata ad astenersi o ad assentarsi al momento del voto per evitare la bocciatura del rendiconto. Il Pd sta riflettendo. Con qualche mal di pancia: «Imboscate non ne facciamo, ma per quanto mi riguarda io non voto alcuna astensione», avverte Rosy Bindi. La votazione avrà una forte valenza politica: se sul rendiconto Berlusconi non avrà la maggioranza, potrebbe essere spinto al famoso passo indietro. Obiettivo: pilotare la crisi o tentare di andare sparato alle elezioni. Insieme a Bossi. © Alberto Gentili

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