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Scandalo Lega Nord, sale la voglia di epurazione

Roberto Maroni

Roberto Maroni

Una ramazza da spazzacamino e una scritta in dialetto bergamasco: «L’è ura de netà fò ol polér», è ora di pulire il pollaio. Manifesto dell’adunata che stasera i leghisti che si sentono dalla parte dei buoni hanno convocato per incoronare Bobo Maroni. Il quale sarà sul palco e parlerà, quasi certamente applauditissimo. Mentre tutti gli altri non sanno neppure se ci andranno visto che nei meandri della turbolenta base leghista l’aria è di chi non intende far sconti a nessuno: specie a chi in questi mesi di lotte intestine ha assunto posizioni ambigue come Cota o Calderoli. La serata si intitola così: «Orgoglio padano». L’orgoglio è quello di chi da anni osteggia il clan di Gemonio che ha accerchiato, influenzato, isolato Umberto Bossi con le nefaste conseguenze emerse nell’inchiesta sul tesoriere Belsito. E il pollaio dunque è da ripulire: via i Trota e le Rosi Mauro, i Reguzzoni e i Bricolo, ma anche chi «è stato un po’ di qua un po’ di là, lasciando Maroni da solo a combattere» dicono i suoi ricordando che, meno di tre mesi fa, lo stesso Calderoli provò a profittare delle debolezze dell’ex ministro dell’Interno per eliminarlo dai giochi. Il pollaio è quello «infestato dai profittatori del cerchio magico», ma è anche quello dove si sta preparando la grande battaglia nel corso della quale i polli in gara si contenderanno la successione a Umberto Bossi. «Pulizia pulizia pulizia, mi sono francamente rotto di Cerchi Magici e Culi Nudi», scrive su Facebook Bobo, con trasparente riferimento a quella Kooly Noody presunta hit dell’amico di Rosy Mauro. L’adunata di Bergamo ha l’obiettivo quasi dichiarato di piazzare Maroni in cima alla lista dei pretendenti. «E’ il solo che può salvare il partito dal disastro» dicono i suoi sostenitori, a cominciare da Giacomo Stucchi, grande regista della serata della ramazze. Ma sanno che sarà un’ascesa tutt’altro che facile e indolore, e dall’esito ancora incerto.

I maroniani in Lombardia hanno vinto o stanno vincendo a mani basse i congressi provinciali. Ma ciò non significa che gli altri colonnelli vogliano restare con le mani in mano, castrando le proprie ambizioni. Anzi: Roberto Cota continua a controllare i consensi della militanza in Piemonte, e può spenderli in modo a lui favorevole quando si tratterà di scegliere il nuovo segretario federale. E in Lombardia è già cominciata la gara a chi prende le distanze dal clan di Gemonio in modo più vistoso per provare inserirsi come pretendente alternativo alla guida del Carroccio. Calderoli è stato il primo a mettersi in gara: ieri ha chiassosamente chiesto le dimissioni di Rosi Mauro e ha annunciato «la fine delle correnti» grazie a un fantomatico accordo fra Maroni e Bossi. L’obiettivo è quello di vendersi come colui che sta sopra le parti e che può essere premiato per il suo stakanovismo. Non a caso al «pulizia, pulizia, pulizia» dell’ex ministro dell’Interno ha sostituito il proprio «merito, merito, merito a chi lavora di più». Deve però fare i conti col fatto che il suo nome compare spesso nelle carte dell’inchiesta su Belsito, e non certo in modo lusinghiero.

Il vero pericolo per l’ascesa al trono leghista di Maroni, però, viene dal Veneto. Dopo due decenni di umiliante sottomissione al potere lombardocentrico costruito da Umberto Bossi, ora nel nord-est sognano un Carroccio a trazione veneta. L’uomo adatto è già stato individuato: Luca Zaia, attuale governatore della Regione. Lui, che in questi anni si è sempre tenuto alla larga dalle beghe interne al partito, ripete che non gli interessa la guida del movimento: «Per fare bene una cosa bisogna fare solo quella, e io sto già facendo a tempo pieno il Presidente del Veneto». E’, però, una ritrosia di facciata. La voglia di battere il pugno sul tavolo è diffusa a Venezia e dintorni: «Non bisogna dimenticare che il Veneto è il principale azionista, in quanto a voti e consensi raccolti, della Lega Nord» ricorda sibillinamente il presidente della Provincia di Treviso, Muraro. E dunque se il partito ordinerà a Zaia di scendere nel pollaio per combattere «egli dovrà obbedire come ogni militante». A meno che le richieste della base non vengano stoppate da un evento che nessuno è ancora in grado di escludere definitivamente: la decisione di Umberto Bossi di candidarsi nuovamente alla segreteria federale del partito. Nel qual caso molti di coloro che oggi sognano di sostituirlo farebbero immediatamente dietro front. © Re. Pez.

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