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Scandalo Lega Nord, ladroni a casa nostra

Ladroni a casa nostra

Ladroni a casa nostra

Con una pennellata di vernice tornano a farsi sberleffo del liet motiv del Carroccio. Proprio come era accaduto già a marzo, mentre il consigliere regionale leghista Davide Boni finiva sotto inchiesta a Milano per un presunto giro di tangenti, sul prato di Pontida è ricomparsa la scritta ”Ladroni a casa nostra”, alterazione di quel ”Padroni a casa nostra”, motto preferito dagli esponenti leghisti. Il pronto l’intervento, nella tarda mattinata di ieri, dei rappresentanti del partito è servito a riportare la scritta alla sua formulazione originaria. Nella notte di domenica ignoti avevano pensato di sostituire la lettera P della scritta ”Padroni a casa nostra” con la L, facendo così comparire la scritta ”Ladroni”. La parola, ben visibile dalla strada provinciale Briantea, è stata dunque corretta di nuovo nel giro di poche ore. Intanto, nelle scorse ore, lungo la stessa strada provinciale, tra i Comuni di Pontida e Mapello, sono comparse anche altre scritte realizzate con vernice verde e nera. Questa volta a finire nel mirino è stato l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni. Intanto, a fare da catalizzatore per gli sfoghi della base leghista è stata, anche nei giorni di Pasqua e Pasquetta, Radio Padania. Qualche difesa per i dirigenti sotto inchiesta della magistratura, ma soprattutto tante invocazioni di pulizia e proteste. C’è stato perfino chi, tra i militanti infuriati, si è spinto fino all’inosabile: paragonare Umberto Bossi a Bettino Craxi, uomo-simbolo dell’odiata Roma-ladrona negli anni di Tangentopoli. «Dovevamo essere un partito diverso», si è sfogata tra i tanti un’ascoltatrice di Genova, «ma quando tirarono le monetine a Craxi non era forse per le stesse ragioni che stiamo vedendo in questi giorni?». «Craxi ha preso le tangenti, quelli della Lega sono finanziamenti che teoricamente sono proprietà della Lega, non soldi sfilati dalle tasche dei cittadini», le replica a stretto giro un ascoltatore da Sesto San Giovanni. «Umberto Bossi in quanto padre aveva il dovere di controllare quello che faceva il figlio», incalza Giovanna da Torino, «il nostro movimento non può smentire il Roma ladrona, a meno che non siamo contenti che rubino tutti». Sul web in compenso dilagano ironie e battute senza sosta. «Trota si dimette? Avrà finito di pagare la macchina», si poteva leggere ieri su twitter. «Trota ci mancherai, eri puro cabaret». E ancora: «Adesso potrà dare una mano a imbiancare i muri di casa». Oppure: «Bossi si dimette. Tanto con quello che guadagna il figlio…». Infine: «Denaro pubblico ai figli del capo. Pare che sia un’usanza celtica».

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