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Roberto Maroni dice basta a ladri e faccendieri

Roberto Maroni e Rosy Mauro

Roberto Maroni e Rosy Mauro

Bobo Maroni fa passare sette ore prima di dire qualcosa: «Sono certo della buona fede di Umberto». Cota ne fa passare sei: «Lo stimo comunque». Calderoli ne fa passare cinque: «Ho visto dare da Bossi alla Lega intelligenza, genio, risorse. Nessuno potrà modificare la stima e l’affetto che ho per lui». Solo Mario Borghezio, il temerario vate del secessionismo, fa passare appena pochi minuti: «Questa inchiesta giudiziaria non rappresenta altro che un’ennesima medaglia sul petto di Bossi. Questo Stato centralista e coloniale non si illuda di fermare con mezzi mafiosi la nostra lotta di libertà». Ma Borghezio è un’eccezione in un partito che non sa come sbarazzarsi della patata bollente. La Lega Nord, già dilaniata da lotte intestine, ora è pure dilaniata da un dubbio che non le dà pace. La via d’uscita più facile sarebbe quella di dipingere Bossi come un vecchietto poco presente a sé stesso vittima di cattivi consiglieri che lo hanno buggerato e ingannato. Ma come spiegare poi che un vecchietto poco presente a se stesso ha guidato per otto anni le scelte di un partito di governo? In attesa di sciogliere il dubbio, i più si affidano alla logica del regolamento di conti interno. Lo fa più di tutti il sindaco di Verona Flavio Tosi: «Proprio perché conosco Bossi, il suo stile di vita e il suo modo di essere, sono propenso a ritenere che lui abbia firmato in assoluta buona fede i documenti che gli sono stati sottoposti da Belsito e che la responsabilità di tutti quegli episodi sia da ascriversi non a lui personalmente ma a chi gli stava vicino e si è approfittato di lui. Costoro vanno cacciati dal movimento». Il solito film, insomma: maroniani contro clan di Gemonio, e viceversa. Oggi i maroniani hanno buon gioco a dire che il vecchio capo paga colpe dei suoi familiari e dei suoi consiglieri. E lo stesso Maroni si cimenta nell’ardito compito di sottrarre Bossi al giudizio dei fatti: «Umberto ha una responsabilità che deriva da un atto formale, e visto che lo conosco so che lo ha fatto in buona fede. Per gli altri mi affido alla magistratura». Ma c’è anche chi prende le distanze dal Senatur. Chi lo fa elegantemente, come il governatore del veneto Zaia: «Mi fido totalmente della magistratura, spero solo che chiarisca tutto in fretta». Chi lo fa col coltello tra i denti, come lo sceriffo Gentilini: «Chi è colpevole di alto tradimento non si faccia più vedere nelle piazze e nei comizi». © Re. Pez.

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