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Manovra, sì all’ipotesi di condono edilizio e fiscale

Domenico Scilipoti

Domenico Scilipoti

Ci si è messo pure Maurizio Lupi, vice presidente della Camera e pdiellino di combattimento, a creare suspence: «Il governo si dimette…», il lapsus che gli scappa mentre presiede l’aula, prontamente riparato con un «pardon, si rimette, qui le consonanti sono importanti». Lapsus a parte, governo e maggioranza escono apparentemente solidi dall’ennesimo voto di fiducia sull’ennesima manovra anti crisi, la quarta e per alcuni quinta stesura: 316 i voti a favore, 302 i contrari, 11 gli assenti (il voto finale sul provvedimento finisce invece 314 a 300). In una seduta alquanto movimentata, con striscioni anti-Lega che compaiono sulle tribune e che obbligano a sospendere per qualche secondo il collegamento audio, con scontri veri fuori dal palazzo a suon di lacrimogeni, con nuove intercettazioni Berlusconi-Lavitola diffuse dalle agenzie, con annunci di consigli dei ministri straordinari per tentare, pare, blitz anti-intercettazioni per il momento abortiti, con le opposizioni tutte a chiedere il fatidico passo indietro a Silvio Berlusconi per dar vita a un nuovo governo, in tutto questo bailamme la manovra riesce a passare grazie al non ostruzionismo delle medesime opposizioni (che votano contro ma non attuano la guerriglia parlamentare che farebbe slittare i tempi) e grazie alla tenuta della maggioranza. Nel frattempo il premier sale al Quirinale per illustrare a Giorgio Napolitano la manovra, e il capo dello Stato non manca di ricordare che è «essenziale consolidare l’euro, una priorità essenziale per l’Europa e un interesse vitale per l’economia mondiale».

Una manovra da 53,3 miliardi nel 2013 anno del pareggio di bilancio, con misure da cavallo quali l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, la galera per chi evade oltre i tre milioni, l’aumento dell’Iva dal 20 al 21 per cento, il contributo di solidarietà per quelli che vengono definiti i super ricchi, il taglio delle agevolazioni fiscali, il tutto condito dalla norma che rende i licenziamenti più facili. Anche se, in giornata, passa un ordine del giorno in proposito, presentato dal Pd, che chiede di rivedere al più presto le norme previste nell’articolo 8, al punto che il democrat Stefano Fassina parla apertamente di «sconfessione» del ministro Sacconi a opera della sua maggioranza. Ma con gli ordini del giorno non finisce qui.

Incassata la fiducia, è come se il malumore sotterraneo o i propositi incoffessati esplodessero negli ordini del giorno: ne passa, pressochè alla chetichella, uno del mitico Mimmo Scilipoti che perora il condono fiscale tombale e quello edilizio, «bene, un passo avanti per recuperare altre entrate», il commento del deputato Responsabile passato da Di Pietro a Berlusconi. «Nella manovra sono state adottate misure epocali di lotta all’evasione, ora bisogna accompagnarle con misure che consentano il recupero di nuove risorse economiche», la spiegazione scilipotica che accompagna l’odg. Quanto al condono edilizio, riguarda gli abusi commessi fino al 31 dicembre 2010 per una volumetria non superiore al 25 per cento dell’esistente. Arriva pure l’ordine del giorno di Fli che prende di mira il Vaticano, un testo che chiede di rivedere le esenzioni fiscali di cui beneficia la Chiesa, in pratica di far pagare l’Ici sugli immobili di proprietà della Santa Sede destinati a uso commerciale «anche se esercitate non in via esclusiva». L’ordine del giorno passa con 254 voti a favore, 185 contrari e 137 astenuti, tra questi parecchi deputati di Lega e Pdl.

In serata poi a sorpresa il consiglio dei ministri assicura il via libera immediato all’iter per la bozza Calderoli di riforme costituzionali che prevede, tra l’altro, il dimezzamento dei parlamentari. Il governo ha dichiarato l’urgenza del provvedimento per poter trasmetterlo alle Camere.

Rimane in piedi lo scontro politico che ha accompagnato il varo della manovra quater. Pier Luigi Bersani ha lasciato che fosse Walter Veltroni a parlare a nome del Pd in aula, poi incrociando i giornalisti ha spiegato che «non si può andare avanti così fino al 2013, il premier faccia un gesto politico, si dimetta». Per il Terzo Polo, Pier Ferdinando Casini ha rigettato l’accusa berlusconiana di una «opposizione irresponsabile» ribattendo che «i veri irresponsabili stanno nella maggioranza che non vuol prendere atto che il rischio Grecia è concreto». Casini sollecita «un passo indietro di Berlusconi», cui far seguire un programma da concordare tra maggioranza e opposizione per concludere la legislatura. Sulla stessa falsariga gli interventi del Pd, la cui linea è stata espressa da Veltroni in mattinata e da Franceschini in chiusura: dalle parole di entrambi emerge che il Pd ha archiviato al momento le elezioni anticipate attestandosi piuttosto sulla richiesta di dimissioni del premier per dar vita a un nuovo governo guidato «da una personalità di prestigio internazionale, un esecutivo senza vincitori né vinti che faccia però vincere l’Italia» (Veltroni), un governo per il quale «siamo pronti a fare la nostra parte» (Franceschini). di Nino Bertoloni Meli

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