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Manovra, la Casta festeggia gli sconti sui tagli

Maurizio Paniz

Maurizio Paniz

Professioni che vincono. Categorie professionali che perdono. A chi gli è andata meglio. A chi gli è andata peggio. Chi davvero trionfa, addirittura per due volte. I fortunatissimi, ma sarebbe meglio dire i meglio rappresentati in Parlamento, sono gli avvocati (e insieme a loro i notai e i medici). Questa corporazione aveva già dimostrato fin dall’inizio la propria forza organizzata nel Palazzo, dove 134 deputati e senatori provengono dalla professione forense e in gran parte la svolgono ancora, e bloccarono senza troppi sforzi le misure di liberalizzazione degli ordini professionali volute da Tremonti nella prima manovra, quella di luglio. E adesso, questi lobbisti di se stessi festeggiano la vittoria bis: grazie allo sconto che hanno auto-applicato – da 2.700 euro scende a 1.800 euro mensili – ai tagli delle indennità per i parlamentari che percepiscono altri redditi da lavoro autonomo, superiori a 9.847 euro netti, che s’aggiungono ai 12mila incassati come eletti del popolo. L’avvocato berlusconiano Maurizio Paniz si lamenta: «Dopo i tagli perderò 300 euro al mese di indennità».

Ma guadagna benissimo come principe del foro, e poi di stipendio complessivo da deputato gli restano, al netto di quei 300 euro che dice di perdere, circa 11.700 euro. Paniz e influenti colleghi pidiellini come lui, da Francesco Paolo Sisto a Franco Mugnai, hanno lavorato molto bene – talvolta in accordo bipartisan con avvocati di sinistra – suggerendo, premendo, insistendo nel merito delle varie norme che riguardano il loro settore. Il mondo dei medici può vantare un grande paladino, che si chiama Antonio Tomassini, senatore, presidente della commissione sanità. In ogni caso, l’aumento dell’Iva favorisce quelle categorie che non hanno questa imposta sulle loro prestazioni e i medici sono in cima alla lista. Insieme agli assicuratori che prima avevano un’ottima interlocuzione con il senatore Pedrizzi, ex presidente della commissione finanze poi diventato direttore affari istituzionali dell’associazione nazionale imprese assicurative.

Altri medici invece, quelli del servizio sanitario nazionale, patiscono il congelamento per due anni del Tfr, come tutti i dipendenti pubblici, e infatti il 13 ottobre sfileranno in piazza contro la manovra. Ma forse il più maestoso trionfatore nella partita della manovra è il senatore Luigi D’Ambrosio Lettieri, presidente della commissione sanità. Da super-farmacista, e presidente dell’ordine dei farmacisti della provincia di Bari dal 1996 (cinque mandati consecutivi) e vice-presidente della federazione degli ordini dei farmacisti italiani, s’è battuto più di tutti gli altri in favore di chi? Dei farmacisti. E di che cosa? Per esempio della reintroduzione, a dispetto delle lenzuolate liberalizzatrici a suo tempo fatte approvare da Bersani, dell’annacquamento di quella norma che impediva di aprire farmacie troppo vicine ad altre farmacie.

Prima si poteva aprire una farmacia senza limiti di distanza: ora non si potrà più. Un vincolo di autodifesa dell’esistente, ecco. Lo stesso che anche i notai – non si può aprire uno studio di notaio troppo vicino ad un altro notaio – sono riusciti a ottenere: e del resto l’ottimo senatore Pastore, notaio abruzzese e parlamentare molto stimato, pur non essendo della commissione bilancio, quella che ha cucinato la manovra in queste settimane, vi ha partecipato come sostituto di un collega. I farmacisti festeggiano la norma che salva il numero chiuso dei loro negozi, e la sconfitta delle parafarmacie, e D’Ambrosio Lettieri può legittimamente diventare il grande idolo popolare dei propri colleghi.

Al contrario, non ringraziano nessuno – anzi sono viola di rabbia, a cominciare dagli alti dirigenti del Senato – i dipendenti pubblici di rango che pagano il contributo di solidarietà da cui sono invece stati esentati i loro colleghi del settore privato. Per esempio bancario. Anche se è troppo pretestuoso dire, come fa qualcuno nel Palazzo, che il relatore della manovra e presidente della commissione bilancio del Senato, il pugliese Azzollini, ha molto a cuore le banche – come già avrebbe dimostrato quando si discusse dell’anatocismo – essendo stato suo fratello Nicolò presidente della Banca Cattolica a Molfetta e ora è nel cda della Centrale finanziaria generale. Ma veniamo ai calciatori.

Non hanno trovato un santo nel Paradiso governativo – anzi, lì dentro Calderoli ha guidato la crociata intitolabile: «Più tasse per Totti» – e neppure in quello parlamentare. Risultato: il ritorno del contributo di solidarietà del 3% oltre i trecento milioni di euro costerà caro proprio a Totti (pagherà 250mila euro) e ancora più caro a Ibrahimovic (531mila euro) o all’interista Sneijder (351mila) o allo juventino Buffon (351mila) o al rossonero Robinho (291mila). È mancato, nei corridoi del Palazzo, qualcuno che s’è preso cura dei loro interessi? Forse sì, o forse era impossibile risparmiare sacrifici a ricconi di questo calibro. di Mario Ajello

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