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Decreto taglia firme, partiti fuori pericolo

Stefano Ceccanti

Stefano Ceccanti

In una seduta lampo, durata in tutto meno di mezz’ora, il Senato ha convertito in legge, a larga maggioranza, il decreto che riduce del 75 per cento le firme necessarie per la presentazione di liste elettorali da parte delle formazioni politiche non presenti in Parlamento. In virtù del provvedimento, i partiti privi di rappresentanti nelle Camere avranno bisogno solo di trentamila firme (anziché 120 mila) per potersi presentare alla competizione politica del prossimo 24 febbraio: l’anticipazione della scadenza elettorale comporta la riduzione a un quarto (25 per cento) delle firme necessarie rispetto alle norme di legge vigenti.

Il provvedimento prevede una ulteriore riduzione del 60 Per cento delle firme per i partiti che – alla data di entrata in vigore del decreto – sono costituiti in gruppo parlamentare almeno in una delle Camere, come è il caso dell’Udc. A essere completamente esentati dalla raccolta delle firme sono invece il Pd, il Pdl, la Lega e l’Idv che hanno gruppi parlamentari sia alla Camera che al Senato. Il decreto è approdato all’esame dell’aula di Palazzo Madama dopo una difficile intesa raggiunta alla Camera, in piena bagarre di fine legislatura e dopo che il 21 dicembre scorso il presidente del Senato, Renato Schifani, rammaricato, era stato costretto a rinviarne l’esame per la mancanza del numero legale. Fino all’ultimo il via libera del Senato non è apparso scontato. Anche ieri infatti in aula la Lega, contraria al provvedimento, ha chiesto per due volte la verifica del numero legale. Ma il controllo ha dato risultato positivo e l’assemblea di Palazzo Madama ha potuto votare. Il Carroccio, in realtà, aveva ritirato tutti gli emendamenti, annunciando che si sarebbe astenuta. Come ha spiegato il senatore leghista Sergio Divina, «il principio della legalità andava salvato: serviva la maggioranza assoluta dei membri in aula, eravamo convinti che servisse il numero legale. Adesso questo provvedimento non avrà impugnazioni». Più articolata la posizione del senatore del Pd Stefano Ceccanti, a giudizio del quale era giusto convertire il decreto nel testo modificato dalla Camera «perché riducendo il numero di firme necessarie per presentare le liste non facciamo ricadere su altri il costo della interruzione anticipata della legislatura e soprattutto del fallimento della riforma elettorale». Francesco Rutelli, dell’Api, ha espresso «apprezzamento per il punto di equilibrio trovato».

Il testo non riguarda solo la raccolta delle firme, ma anche adempimenti relativi, proprio al voto, come quello degli italiani temporaneamente all’estero. In realtà tra i più sospettosi c’era Beppe Grillo e il suo Movimento 5 stelle. In più occasioni, infatti, il comico genovese aveva denunciato tentativi di non farli essere presenti al voto complice l poco tempo a disposizione per la raccolta delle firme.

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