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Copasir, tensione nella Lega, presidenza a noi

Roberto Maroni

Roberto Maroni

Mario Monti parla a palazzo Madama e Cesarino Monti, senatore di Lazzate, fa il segno del pollice verso. Anche altri leghisti, non appena il neo premier inizia il discorso, elargiscono pareri anticipati: ostentano noia e dispetto, sbuffano, allargano le braccia, scuotono il capo come chi è costretto ad ascoltare un mare di castronerie. Roberto Castelli interrompe Monti rivolgendosi al centrosinistra: «Un po’ di entusiasmo, fategli un applauso». Il capogruppo Bricolo lo liquida brutalmente: «Nelle suo parole tanto fumo, molta omertà». Non può che essere così visto che il partito padano ha deciso da tempo il da farsi. Infatti: «Nel discorso ho ascoltato macelleria sociale, macelleria politica e macelleria istituzionale» è il verdetto di Calderoli. Il quale, però, se invitato a indicare i passaggi più sanguinolenti rimane sul vago: «Devo rileggermi lo stenografico». Non c’è bisogno di rileggerlo, per la Lega questo è e sarà il governo di poteri forti, banche, tecnocrati: «Un mostro da laboratorio» secondo la sintesi del senatore Mazzatorta da Brescia. Comunque, alla fine queste sono quisquilie anche per gli uomini di Bossi. Votare no alla fiducia è per loro una pratica da sbrigare in fretta perché sono altri gli argomenti che tengono banco nei capannelli nordisti, ed è una la domanda che li tormenta: «Bobo Maroni diventerà presidente del Copasir?». Interrogativo angosciante per chi sta già facendo i calcoli sulle pedine destinate a spostarsi negli organigrammi di Palazzo.

Detta in parole semplici: la presidenza del Copasir (organo parlamentare di controllo sui servizi segreti) spetta per regolamento ai gruppi di minoranza. Dal momento che ora in minoranza c’è solo il Carroccio, quel posto toccherebbe di diritto a un padano. Infatti il brusio dei leghisti che spingono per assicurare la guida del Copasir al partito si fa sempre più insistente, tanto insistente che Massimo D’Alema – attuale occupante della poltrona contesa – a metà giornata annuncia: «Un minuto dopo la fiducia metterò l’incarico a disposizione dei presidenti delle due Camere».

Un problema non da poco per Fini e Schifani. Per legge o per prassi all’opposizione spetterebbero pure altre presidenze di commissione come la Vigilanza Rai e la Giunta delle autorizzazioni. Posti delicati e «succulenti» a cui la Lega non intende rinunciare anche perché potrebbero tornare utili per stemperare le lotte interne al partito. Per esempio: se Maroni andasse al Copasir, Marco Reguzzoni potrebbe rimanere a fare il capogruppo alla Camera come sperano i componenti del clan di Gemonio guidato dalla moglie di Bossi.

Le ambizioni padane, tuttavia, devono fare i conti con un ostacolo non da poco. Per ottenere le commissioni spettanti all’opposizione dovrebbero mollare le presidenze ottenute stando in maggioranza con Berlusconi. Che sono cinque, fra cui il Bilancio con Giorgetti e le Attività Produttive con la vicentina Dal Lago. «Io non mi dimetto e non si è mai visto un presidente di Commissione che viene costretto a farlo» dice però la senatrice Rossana Boldi. Stessa cosa ripetuta anche dalla Dal Lago. E dunque? Un pasticcio istituzionale in cui si giocano due partite: una fra maggioranza e (unica) opposizione, l’altra fra le diverse anime del movimento nordista sempre più coi nervi a fior di pelle. © Renato Pezzini

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