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Caos Pd, ci sono dirigenti che azzoppano il partito

Pier Luigi Bersani

Pier Luigi Bersani

Sono riusciti a infastidire Pier Luigi Bersani. «Il Pd non è un optional, e io non sono il segretario di un optional», avverte il segretario nelle conclusioni alla direzione, «sono stupito delle critiche sulla campagna referendaria, ci sono dirigenti che azzoppano il partito». Sì, difficile immaginare un segretario più irritato. Il motivo? Bersani aveva appena finito di leggere la sua relazione, era tornato al suo posto alla presidenza ed ecco che chiedeva la parola per il primo intervento Arturo Parisi, vera spina nel fianco di ogni segretario del Pd (Walter Veltroni ne sa qualcosa), e giù critiche e giù attacchi a Bersani per non aver firmato il referendum, per essersene assunto il merito, e insomma, alla Bartali, tutto sbagliato tutto da rifare. Non contento, che ti fa poi il professore? Finisce di parlare, consegna il resto dell’intervento alla presidenza e da lì si apprende che nelle ultime righe c’è la richiesta di dimissioni del segretario per leso o omesso referendum. Ma non è finita.

Conclusa la direzione, Parisi torna alla carica e smentisce tutto, o quasi: «Mai chiesto le dimissioni di Bersani, è tutto un fraintendimento per colpa di Rosy Bindi». Non è stata una passeggiata, questa riunione di direzione del Pd. L’esito positivo della raccolta di firme per il referendum ha cambiato gli scenari, in ogni partito ci si divide e ci si posiziona, non poteva restarne fuori il Pd sensibile come e più di altri al cambiamento della legge elettorale. La discussione si è concentrata su un doppio quesito: puntare alle elezioni o a un governo di emergenza? Sulla seconda ipotesi si è registrata una inedita geografia interna, visto che a perorare la causa emergenzialista si è ritrovato il fronte ex Ppi o ex Margherita con Franceschini, Letta, Fioroni, Gentiloni, Giacomelli assieme a Veltroni, mentre Franco Marini ha insistito sulla necessità di una intesa con il centro (D’Alema assente per impegni esteri).

Per alcuni lo scontro rimanda ad altro: chi non vuole Bersani candidato premier punta a spostare in avanti la data del voto, mentre il leader si giocherebbe le sue migliori carte subito. Ma appare una spiegazione un po’ semplicistica. La fronda interna, trasversale, Bersani l’ha stoppata sul nascere: «Ci stiamo attrezzando per entrambi gli scenari, sia per le elezioni che per il governo di emergenza». Non è un fifty-fifty. Il leader democrat fa capire che, quand’anche si arrivasse a un governo di emergenza per il quale comunque il Pd è «disponibile», «sarà soltanto un passaggio popolare», cioè le elezioni, il momento della ricostruzione dopo le macerie del berlusconismo. In questo Bersani si ritrova vicini gli alleati possibili, i Vendola e i Di Pietro, che le urne chiedono a gran voce. E si ritrova i sondaggi, che danno il nuovo Ulivo al 45 per cento con il Pd al 28, dieci punti più del centrodestra e democrat primo partito. Diverso il ragionamento degli emergenzialisti. «La nostra proposta è e deve rimanere il governo di transizione, e da questa non dobbiamo sbandare», perora Franceschini.

«Il solo parlare di elezioni, sia pure come subordinata, mette in secondo piano il governo di emergenza che invece dev’essere la nostra proposta principale», avverte Veltroni. Convintissimo invece che non se ne farà nulla è Nicola Latorre: «Non esistono le condizioni in Parlamento per cambiare la legge elettorale, l’unica strada è il voto». Nel dibattito è entrata a forza la lettera della Bce, con il bersaniano Stefano Fassina a non darla vinta alla «tecnocrazia di Bruxelles» ed Enrico Letta, all’opposto, a invitare a «non essere europeisti a intermittenza». Con mediazione di Bersani: «Con noi a palazzo Chigi quella lettera non l’avrebbero scritta». L’intervento di Parisi viene bacchettato da Stefano Passigli, promotore del referendum: «Arturo sbaglia. Dovrebbe essere grato a Bersani che dopo averla negata alla mia proposta di referendum, gli ha concesso una decisiva raccolta di firme nelle feste del Pd. Non è indebolendo il partito e il segretario che si rafforza la possibilità di vittoria del centro-sinistra. Scopo delle due proposte di referendum era cambiare la legge elettorale non alterare i rapporti all’interno delle opposizioni. L’amico Arturo non si faccia strumentalizzare da chi è più interessato a cambiare gli equilibri nel Pd e a limitarne le possibili alleanze che a vincere le elezioni» © Nino Bertolini Meli

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