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Brunetta nano di Venezia non romperci i coglioni

Renato Brunetta

Renato Brunetta

Anzi, Umberto gela sul nascere le proteste anti-governo. «C’è il diritto di critica», ma c’è anche gente nostra che ragiona come i terroni e pensa che lo Stato debba dare. Lo Stato deve dare niente, solo la libertà: l’assistenzialismo è sempre una rovina, sia al Sud sia al Nord». «Abbiamo salvato le pensioni» ripete fino allo sfinimento il capo del Carroccio. E’ il suo ritornello, il suo mantra, il suo paravento. E’ la scusa dietro la quale prova a celare la delusione del suo popolo che da dieci anni si aspettava miracoli e rivoluzioni per poi trovarsi a raccogliere, nel momento del bilancio, tasse più alte e sogno federalista sbiadito. «Ma non potevamo fare altrimenti» dice lui «la Banca Europea ci avrebbe ammazzato». Nella difficoltà Bossi prova a cavarsela indicando un «cattivo». Così punta il dito contro Renato Brunetta: «Voleva toccare le pensioni, abbiamo combattuto, stavamo per passare alle vie di fatto: Nano veneziano, non rompere i coglioni». L’insulto galvanizza la parte di platea più greve, l’altra parte tace, il palco si divide fra l’imbarazzo di alcuni e il battimani di quegli stessi (vedi l’assessore regionale Monica Rizzi) che pochi mesi fa tuonavano contro gli «sciacalli» colpevoli di ironizzare sulle menomazioni psico-fisiche del capo leghista.

Lo spettro dell’alleanza col Cavaliere incombe sia sul palazzetto dove Bossi prova inutilmente a portare un po’ di entusiasmo, sia nei discorsi notturni al bar dell’albergo: «La gente non vuole le elezioni, si spaventerebbe se io ne parlassi. E si spaventerebbero anche i mercati». Ma potrebbe cominciare a parlare in un prossimo futuro? «No, dobbiamo andare avanti con forza» dice infine in un’intervista al tg di Sky «Abbiamo dimostrato senso di responsabilità e capacità di resistere ai tentativi di distruggerci».

Il compito di trovare i numeri per governare, comunque, non è affar suo, ma del Cavaliere. Certo, dipendesse dal Senatùr meglio un riavvicinamento a Fini che non a Casini: «Ma è Silvio che deve tenere in vita la maggioranza, per farlo è certamente meglio uno come Scilipoti che non Rita Levi di Montalcini». E siamo all’insulto numero due. Anche se poi, sempre al tg, prova per lo meno a stemperare i toni con Brunetta: «Il nostro rapporto è ottimo, siamo amici. Quando rompe le scatole glielo faccio notare». Al premio Nobel Levi Montalcini, invece, niente scuse.

Nulla di nuovo, insomma. Né nel ricorso agli insulti, né negli argomenti per provare a restituire credibilità a se stesso e al proprio partito, minato anche dalle critiche interne di chi (vedi molti sindaci spalleggiati da Maroni) chiede di difendere non solo i pensionati, ma anche gli enti locali: «Maroni ha ragione, ma facciamo quello che possiamo. Ci proveremo, vedremo, ne parlerò con Tremonti». Il quale Tremonti, va precisato, non è più il mezzo nemico di qualche giorno fa che faceva discorsi fumosi: «Non avevo capito io, anche se al posto suo non sarei andato davanti alla Commissione per parlare di una cosa che non avevamo ancora deciso».

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