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Bonciani e D’Ippolito lasciano il Pdl per l’Udc

Alessio Bonciani

Alessio Bonciani

La maggioranza scricchiola. E se per ora i mal di pancia dei cosidetti «ribelli» non si traducono in defezioni immediate, ecco che è sufficiente l’abbandono di due deputati del Pdl verso le fila dell’Udc e i conti in maggioranza non tornano più. Tant’è che il coordinatore nazionale Denis Verdini è già all’opera per cercare di recuperare terreno con telefonate, incontri e riunioni. Così, infatti, la maggioranza alla Camera scende al di sotto della soglia minima (316 voti) e si attesta a quota 314, la stessa che fu raggiunta non senza fatica il 14 dicembre del 2010 dopo l’uscita dei finiani. Ida D’Ippolito e Alessio Bonciani dicono addio al Pdl. Spiega Bonciani: «Le ragioni per cui ho deciso di lasciare il Pdl sono tante, la mia sofferenza è antica. Credo che sia arrivato il momento di allargare la maggioranza, anche in chiave elettorale quando ci saranno le elezioni». Il parlamentare ex Pdl racconta di aver incontrato nei giorni scorsi il segretario Angelino Alfano e precisa: «Mi ha chiamato lui, ma non abbiamo parlato di questo. La mia non era una trattativa, non ero in cerca di prebende, non avrò nulla e non mi è stato promesso nulla. Tant’è che sono passato dalla maggioranza all’opposizione». D’altronde ai piani alti di via dell’Umiltà – in vista del voto sul Rendiconto in programma la prossima settimana a Montecitorio – si fanno i conti con due assenze forzate (Alfonso Papa, agli arresti domiciliari, e Pietro Franzoso, ammalato) e si temono nuove fughe. Verdini fa la spola tra palazzo Grazioli e via dell’Umiltà, in stretto contatto con Alfano e il Cavaliere per recuperare i ”frondisti” più agguerriti. Isabella Bertolini, berlusconiana di ferro e ora fimataria della lettera dei sei ribelli dell’Hassler promossa da Roberto Antonione, confida: «La prima telefonata è stata quella di Verdini. L’altra mattina alle otto mi ha chiamato, Denis è un amico, ma gli ho spiegato che così non si può andare avanti, serve un cambio di passo». Del resto su questo fronte già l’ultima volta Fabio Gava e Giustina Destro fecero mancare il loro sì e si astennero.

Ìn fibrillazione poi ci sono anche gli ex Fli, attualmente passati al Gruppo Misto, Andrea Ronchi, Adolfo Urso, Giuseppe Scalia e Antonio Buonfiglio, ancora in attesa di registrare quel cambio di passo in nome del quale erano rientrati all’ovile e che starebbero riconsiderando il collocamento della loro posizione politica. Perdono pezzi anche gli ”ex responsabili”: hanno formalizzato l’uscita da Popolo e territorio tre deputati Elio Belcastro, Arturo Iannaccone e Americo Porfidia. Spiega Belcastro: «Al momento la nostra posizione è vincolata al progetto del centrodestra». Appunto, «al momento». Per tutti è pronta la nuova ”casa” in cui convergere: la cosidetta Costituente dei Moderati, Popolari e Riformisti. Un progetto che potrebbe nascere anche come gruppo alla Camera, prima come componente del gruppo Misto, forse già la prossima settimana, e in futuro come gruppo vero e proprio. Ci sono poi i dubbi di chi finora era sempre giunto in soccorso della maggioranza.

Domenico Scilipoti fa il sibillino: «Potrei votare sì, come potrei votare no». Mentre una nota dei Repubblicani avverte che il sì di Francesco Nucara al governo non è scontato. Di fronte a questi segnali di difficoltà, il Terzo polo rilancia la propria proposta di un governo di larghe intese. Gianfranco Fini insiste: «Mi auguro che si formi una maggioranza per salvare quel po’ che si può ancora salvare, ma non può essere il governicchio del ribaltone». Mentre Casini incalza: «La maggioranza è in uno stato confusionale permanente. Il comunicato del Capo dello Stato certifica l’impegno dell’opposizione a concorrere alla formazione di una nuova compagine di governo ”su basi parlamentari più ampie e non ristrette ad un solo schieramento”. Ora tutto è chiaro e anche i parlamentari della maggioranza che hanno a cuore il Paese conoscono i termini esatti di una questione che riguarda il prossimo futuro della legislatura e della nostra nazione». Quanto all’opposizione, l’ultima volta (considerati gli assenti) si è fermata a quota 301. Mentre adesso a ranghi completi il potenziale dei ”no” è a 306. Ma si guarda con un po’ di apprensione ai sei radicali. Il 14 ottobre hanno votato contro il governo, ma dopo il progressivo allontanamento dal Pd degli ultimi tempi, nulla viene dato per scontato. © Corrado Castiglione

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