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Bersani si lamenta della mediazione di Monti

Pier Luigi Bersani

Pier Luigi Bersani

Dopo la fase dell’ascolto, arriva quella della mediazione. Mario Monti, l’altra sera a cena, ha ascoltato le lamentele che Pier Luigi Bersani ieri è andato a portare fin sul Quirinale: il Pd «è molto preoccupato» per un Pdl che non gioca pulito su giustizia, liberalizzazioni e Rai e «viene meno al suo dovere di responsabilità». Più o meno ciò che in un contatto telefonico con Giorgio Napolitano ha detto anche Pier Ferdinando Casini. Il leader del Terzo Polo, vero azionista di riferimento dell’esecutivo tecnico, preferisce però dare l’annuncio del «passo positivo»: «Ci siamo impegnati a sostenere il governo non solo sui temi economici e sociali, ma su tutto. A partire dalla giustizia e dalla Rai. Ci deve essere omogeneità e non settori in cui qualche partito si sente in libera uscita». Una linea condivisa da Monti. L’altra sera a cena e durante i colloqui di ieri, il premier per diplomazia (e tattica) ha voluto accettare la tesi di Angelino Alfano: il voto sulla responsabilità civile dei giudici, il ritorno dell’asse Pdl-Lega, «non è una manovra contro il governo». Tirando fuori un foglio pieno di numeri, il segretario pidiellino «ha dimostrato» che quel voto contro i magistrati «è stato trasversale, vi hanno partecipato anche deputati del Pd e del Terzo Polo». Poi ha sollecitato la «concomitanza» delle liberalizzazioni con la riforma del mercato del lavoro. Il professore non ha detto né sì, né no. Ma si è impegnato, sollecitato da Casini e Bersani, a farsi carico anche dei temi extra-economici (giustizia e Rai, appunto), e ha fatto presente che liberalizzazioni e lavoro sono riforme «attese entrambe» dall’Europa e dagli osservatori internazionali: «Solo un palese e stabile sostegno politico in Parlamento, potrà permettere all’Italia di continuare quel recupero di credibilità che ha reso possibile abbattere lo spread». All’orecchio di Bersani, poi Monti ieri ha fatto arrivare una rassicurazione per stemperarne il cattivo umore: il riferimento all’articolo 18 riguarda solo i nuovi assunti che usciranno dalla precarietà. E se ne ha parlato, l’ha fatto essenzialmente per rassicurare gli investitori internazionali che non guarderebbero di buon occhio un esecutivo che si piega anzitempo «ai veti pregiudiziali» di sindacati e partiti. © A.Gen.



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