«Speriamo tutta vada per il meglio, ma siamo pronti al peggio – ha detto Obama –. Non indugiate: se siete sul tracciato dell’uragano e vi viene chiesto di evacuare, fatelo subito». Colonne di automobilisti erano già in marcia ieri sera, e le periferie commerciali delle maggiori città erano prese d’assalto in cerca di provvigioni d’emergenza. Acqua prima di tutto, visto che quella che esce dai rubinetti per giorni potrebbe essere inquinata. Poi cibi pronti da mangiare, batterie, torce elettriche e generatori di corrente.
A New York il sindaco Bloomberg ha ordinato ieri per la prima volta nella storia della città l’evacuazione obbligatoria delle persone che vivono nelle zone a rischio, più vicini all’acqua: sono 260mila cittadini. La rotta tracciata dai metereologi prevede il passaggio di Irene sull’Isola di Long Island a Est della città. Ma l’estensione dell’uragano è molto ampia, (quasi 1.000 km), tanto da estendere precipitazioni e trombe d’aria ad Ovest fino alla catena dei monti Appalachi. I servizi di trasporto pubblico della metropolitana ed autobus si fermeranno oggi a mezzogiorno (le 18 in Italia) in attesa dei 25 cm. di pioggia che potrebbero inondare le zone urbane che si trovano a livello del mare, come l’area di fronte alla statua della Libertà, il distretto finanziario, e i quartieri di Staten Island e di Coney Island, esposti alle acque della baia dell’Hudson.
Gli unici che non sono preoccupati per l’arrivo di Irene sono i teatri di Broadway. Fedeli alla tradizione americana che «the show must go on», nessuno ha cancellato gli spettacoli in programma. Al contrario si fermeranno anche le scommesse nella città-casinò di Atlantic City: dalle 12.00 alle 18.00 di sabato ore italiane, le scommesse saranno sospese.
Sono scattati in ogni angolo della città i piani di emergenza rielaborati dopo l’esperienza fallimentare della protezione civile durante l’uragano Katrina a New Orleans sei anni fa. Un piano di emergenza è stato predisposto anche il Palazzo di Vetro dell’Onu. La Croce rossa è a caccia di senzatetto per distribuire in modo razionale i più bisognosi nei cinque centri di accoglienza allestiti nella città di New York. Ogni quartiere ha i suoi punti di raccolta, e strutture sicure in grado di ospitare eventuali sfollati. Gli esperti che si avvicendano sugli schermi televisivi raccomandano tutti la stessa cosa: «Se abitate in un’area a rischio, partite immediatamente e mettetevi al sicuro, perché quando i primi venti di Irene saranno su di voi, sarà già troppo tardi». Gran parte della popolazione che vive sulla costa atlantica settentrionale tuttavia stenta a credere alla serietà della minaccia: il sole splendeva sereno in un cielo limpido ieri, ed era difficile immaginare gli scenari apocalittici minacciati dai media. Inoltre la città di New York non subisce l’ira diretta di un uragano di alta potenza da quasi 80 anni, quando il ciclone tropicale New England si abbatté nel 1938 sulla città con venti dalla velocità di 190 kmh.
Se le previsioni più catastrofiche dovessero avverarsi, il danno alle infrastrutture potrebbe essere enorme, e l’interruzione dei servizi durare a lungo. Si parla già ora di cifre record di diverse decine di miliardi di dollari, forse centinaia, che potrebbero finire per incidere su un Pil nazionale già minacciato dalla crisi economica, e da una seconda discesa nella recessione che molti analisti reputano ormai inevitabile.

