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Saif al-Islam, braccio di ferro tra l’Aja e Tripoli

Saif al-Islam Gheddafi

Saif al-Islam Gheddafi

Molto probabilmente il processo all’Aia di Saif Al-Islam Gheddafi non ci sarà mai. Nonostante il mandato d’arresto per crimini contro l’umanità emesso dalla Corte Penale Internazionale lo scorso anno, il figlio del colonnello Muammar Gheddafi dovrebbe essere giudicato dalle nuove autorità di Tripoli. «Il processo sarà in Libia, secondo la legge libica», ha annunciato in gennaio il ministro della Giustizia del nuovo governo, Ali Hamida Ashur. La Corte Penale Internazionale, che era stata incaricata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu di indagare sui crimini commessi dal regime nella primavera 2011, spera ancora di ottenere l’estradizione di Saif Al-Islam e dell’ex capo dell’intelligence di Gheddafi, Abdullah Al-Senussi, anche lui incriminato per crimini contro l’umanità. Sono in corso «consultazioni», spiegano all’Aia. Ma gli ex ribelli vogliono fare da soli, in un processo che rischia di trasformarsi in vendetta. Se condannati in Libia, Saif Al-Islam Gheddafi e Abdullah al-Senussi rischiano la pena di morte. Il figlio del colonnello, che ha avuto un ruolo di primo piano nella repressione dei ribelli, attualmente è detenuto nella città di Zintan, in attesa di diventare l’unico ospite di una cella segreta appena costruita alla periferia di Tripoli. Qualche settimana fa, il quotidiano britannico The Observer ha avuto accesso al centro di detenzione di Al Ahdath, nel quartiere di Tajura, svuotato per allestire la prigione di Saif Al-Islam. La cella destinata al figlio del colonnello è stata appena ridipinta ed è direttamente collegata a un campo di pallacanestro dove trascorrerà l’ora d’aria. Saif Al-Islam dovrebbe beneficiare di una moschea private, di uno cuoco personale e di una televisione satellitare.

«Non è una prigione, è un resort», è stato il commento di una delle guardie. In novembre il procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, aveva detto di essere favorevole a un processo in Libia. In realtà, dietro le quinte, il Consiglio nazionale di transizione libico è in aperto conflitto con l’Aia. L’esecuzione del colonnello Gheddafi, anche lui ricercato per crimini contro l’umanità, aveva irritato la Corte Penale Internazionale. Lo statuto della Corte prevede che uno Stato possa giudicare un sospetto di crimini internazionali solo se può dimostrare che ci sarà un «giusto processo». I gruppi di difesa dei diritti umani sostengono che la Libia non abbia un sistema giudiziario adeguato con procuratori, giudici e prigioni efficienti. La Corte ha nominato due avvocati, Jean-Xavier Keita e Melinda Taylor, per formare il collegio di difesa di Saif Al-Islam, che ha presentato un rapporto molto critico sullo stato di diritto in Libia. Almeno per ora, diversi giuristi all’Aia ritengono che le nuove autorità di Tripoli non siano in grado di condurre un processo secondo gli standard internazionali. Un secondo conflitto si è aperto dopo la cattura in Mauritania il 17 marzo del capo dell’intelligence del regime Gheddafi. Senussi è ricercato non solo dalle nuove autorità di Tripoli e dalla Corte Penale Internazionale, ma anche dalla Francia, dove nel 1999 era stato condannato in contumacia all’ergastolo per l’attentato contro il volo UTA-772 del 1989 che aveva provocato la morte di 170 persone. Soprannominato la «scatola nera di Gheddafi», Senussi è considerato l’uomo che conosce tutti i segreti e i complotti del colonnello. Secondo alcune fonti, Parigi chiede la sua estradizione in Francia, perché teme che Seoussi possa rivelare informazioni esplosive su 50 milioni di euro di presunti finanziamenti del regime Gheddafi a Nicolas Sarkozy per le elezioni presidenziali del 2007. © David Carretta

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