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Mario Monti ha restituito credibilità al Belpaese

Yoshihiko Noda

Yoshihiko Noda

Nei panni del promoter finanziario dei titoli di Stato italiani, Mario Monti non si risparmia. Alle otto del mattino (l’una di notte in Italia) riceve in albergo il ministro delle Finanze Jun Azumi, alle undici sale sul palco della Nikkei per una lecture, alle dodici e trenta è a colazione con il board della Keidanren (la Confindustria nipponica). Poi, dopo un’intervista al principale programma d’informazione della tv pubblica e tre colloqui con altrettanti quotidiani, alle quattro di pomeriggio incontra la comunità d’affari italiana in ambasciata. E, un’ora dopo, incassa la benedizione del premier Yoshihiko Noda: «Ho grande considerazione e apprezzamento per il presidente Monti e per le sue capacità di guida e indirizzo del Paese che tramite lo sforzo delle riforme ha restituito credibilità all’Italia». Per concludere, poco dopo le sette di sera, nell’ambasciata italiana intrattiene a cena i capi delle principali banche e istituzioni finanziarie nipponiche. Dodici ore da far girare la testa. «Se ora vado in camera a dormire? Se volete, potete venire a controllare», scherza con il cronista. Come ogni promoter che si rispetti, Monti parla esclusivamente in inglese e gira con in pugno una brochure in cui ci sono grafici, tabelle. E soprattutto l’elenco delle riforme fatte da novembre a oggi. Compresa quella del mercato del lavoro. Obiettivo: convincere gli investitori, le banche e i fondi giapponesi che «è un buon affare investire in Italia e comprare i nostri titoli di Stato». Anche a costo di apparire troppo diretto: «Avete azzerato i vostri investimenti, non avete comprato più neppure i Bund tedeschi a causa della crisi di Eurolandia. Ma faccio notare che il Giappone ha il doppio del nostro debito e il doppio del nostro deficit. Lo stesso accade per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Forse in Europa se ne parla di più perché la virtù di bilancio è diventata regola di vita, come deve essere in un condominio e scattano subito i campanelli d’allarme». Segue elogio dell’Unione europea: «A causa della crisi la governance anche politica è cresciuta. Ora c’è il fiscal compact con le regole ferree di bilancio e ci sono i fire-wall, presto potenziati, per evitare eventuali nuovi contagi».

Da buon venditore, Monti tenta di conquistare gli interlocutori non solo con i ragionamenti. Ricorre anche alle battute: «Io tecnocrate? Preferisco la definizione non-partisan». «Se sono più italiano che europeo? Da ex commissario Ue e ora da premier ho una doppia identità». «La disciplina di bilancio è arrivata tardi? Se il padre e la madre – vale a dire Germania e Francia – violavano le regole, non ci si può poi aspettare che i bambini, come la Grecia, siano rispettosi più dei genitori». Non manca un’ironica tirata d’orecchie a qualche leader europeo: «Prima di smettere di fare il premier proporrò una multa per quei capi di governo che decidono le cose a Bruxelles e poi quando tornano in patria dicono che la colpa è di Bruxelles. Sarà una multa contro le… emissioni inquinanti».

Ma c’è il nodo della stabilità. Di cosa accadrà dopo le elezioni del 2013. A Seul il professore aveva riferito «della preoccupazione» di vari capi di governo. Qui a Tokyo, visto che c’è da vendere, guarda in positivo: «Voi dite, okay questo governo non è male per niente, abbiamo deciso di tornare in Italia. Ma cosa succederà dopo le elezioni del 2013? La mia fiduciosa speranza è che questo sia un anno di trasformazione. Anche perché i partiti italiani stanno vedendo che gli italiani sono molto più maturi di quello che pensavano. Vogliono buona governance e non promesse». In poche parole: «Per me il dopo-Monti sarà fantastico…». Risate in sala. Applausi. Inchino del professore. © A.Gen.

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