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Gheddafi introvabile, forse in volo da Chavez

Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi

Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi

Il leader dalle sette vite, la guida della Giamahiria araba e socialista, l’uomo che ha terrorizzato il mondo seminando bombe su aeroplani e club frequentati dagli americani, sente sul collo il fiato delle truppe ribelli, assetate di vendetta. Il figlio Khamis – che qualcuno giura, ma senza troppa convinzione, di avere già visto cadavere nelle strade di Tripoli – guida le fila degli ultimi soldati rimastigli fedeli. Esibisce i carri armati, ordina ai cecchini di sparare su qualunque cosa si muova. Ma di lui, di Gheddafi, nessuna traccia. Due suoi figli, Seif al Islam il riformista e Saadi il calciatore, sono stati già arrestati dagli insorti. Anche Mohammed, l’ex presidente del Comitato olimpico, che qualche ufficio stampa improvvido aveva già invitato per l’evento di Londra 2012, è stato catturato, ma è riuscito a scappare. Il Tribunale dell’Aja ha chiesto che gli venga consegnato almeno Seif, il braccio destro del padre il cui nome sinistro significa Spada dell’Islam. In attesa della cattura del Leader e del capo dei servizi segreti, Abdullah Al-Senussi, anche loro accusati di crimini contro l’umanità.

«Assicureremo a Gheddafi un processo equo, perché tutto il mondo possa vedere alla sbarra il più grande dittatore della Terra», annuncia il capo dei ribelli, Mustafa Abdel Jalil, che nella foga del momento dimentica gentiluomini come Hitler e Assad. Ma per ora, del Raìs, nessuna traccia. Voci incontrollate parlano di una sua fuga in Tunisia, a Djerba, assieme ad altri notabili del regime. O di una sfrenata corsa verso il Sud, e le frontiere dell’Algeria. Spunta anche un misterioso aereo che dovrebbe portarlo in esilio. Destinazione il Sudafrica, lo Zimbabwe, l’Angola. Oppure il Venezuela di Hugo Chavez, uno degli ultimi leader amici rimasti al Colonnello. Che non cessa di accusare la Nato di massacri indiscriminati e di essere andato ben oltre il mandato delle Nazioni Unite. È il Pentagono, in serata, a dissipare ogni dubbio: Gheddafi è ancora in Libia.

«Non abbiamo informazioni secondo cui avrebbe lasciato il Paese», dice il portavoce del ministero della Difesa americano, David Lapan. Dove, non si sa. Forse ancora nel compound di Bab el Azyzia, nel palazzo-caserma dove il Raìs riceveva i dignitari stranieri nella sua tenda beduina, il cui sottosuolo celerebbe una fitta ragnatela di bunker a prova di F-16. Ma sotto la vicina tenda beduina con tappeti in stile arabo, tavolini intarsiati e servizi da té in ottone, dove si sedettero Berlusconi e Blair, si celano segreti che nessuno è stato ancora in grado di rivelare. È contro questa fortezza strategicamente posta vicino all’aeroporto e all’albergo che solitamente ospitava i giornalisti stranieri, nella periferia meridionale della città, che si stanno moltiplicando gli attacchi dei cacciabombardieri alleati. Fino all’ultimo Gheddafi ha continuato a incitare, attraverso la tv di Stato, la sua gente alla battaglia.

Soltanto quando la sede dell’emittente è stata occupata, la sua voce minacciosa ha smesso di spargere veleno. L’occupazione della migliore arma di propaganda del Raìs ha avuto conseguenze al limite del comico. La giornalista che l’altro giorno, con un tempismo piuttosto infelice, ha deciso di agitare una pistola in diretta tv, imitando gli strali del suo Leader contro i «ratti» che minacciavano la capitale, sarebbe stata catturata. Ma per un giorno è stata la regina di Internet: il video della sua predica minacciosa è stato visto da milioni di persone su YouTube.

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