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Corpi carbonizzati in un magazzino di Tripoli

Khamis Gheddafi

Khamis Gheddafi

L’odore della carne in decomposizione è tremendo, un pugno nello stomaco che ti costringe a strozzare il respiro e cercare un punto dove poterlo riprendere senza dare di stomaco. Vorresti solo scappare lontano. Quello che hanno tentato di fare decine di prigionieri lo scorso martedì nel quartiere di Khallat El furjan, lungo la strada per l’aeroporto e poco distante dalla caserma della 32 brigata, comandata da Khamis Gheddafi, soprannominato ‘il macellaio’. In una deposito agricolo poco distante, una scena tremenda: l’interno è devastato dal fuoco. Per terra, decine di corpi carbonizzati. Gli scheletri fanno da contrasto alla cenere grigia e alle pareti affumicate in una sorta di girone infernale in bianco e nero. L’unico colore visibile è il verde, quello proveniente dai vestiti di un paramedico la cui figura si staglia in controluce sull’ingresso. Centinaia di mosche ronzano attaccandosi alla pelle, sul viso, infilandosi dappertutto. Fuori, una ruspa scava in un mucchio di sabbia cercando di prendere un corpo gonfio. Una mano penzola dalla pala mentre si leva in aria. Altri cadaveri sono riversi sul terreno, alcuni con le mani legate. Le cifre sono discordi, ma si parla di oltre 153 morti e 35 sopravvissuti.

Un massacro. “Sono uno degli scampati – dice Bechir Mohammed – Abito a Janzour, poco distante da Tripoli, ma sono originario di Zawiya. Là sono rimasti i miei quattro bambini e mia moglie. Quando ci hanno preso, io e mio cugino, siamo stati portati prima in un centro di detenzione e poi in questo luogo. Sono restato chiuso in quel posto per 95 giorni”, continua Bechir indicando il magazzino, un edificio costruito in mattoni e con il tetto in lamiera. Difficile immaginare che più di cento persone siano rimaste in questo posto per mesi. Per terra, in mezzo ai resti dei corpi e a pezzi di vestiti carbonizzati, alcune scodelle di metallo. “E’ iniziato tutto al tramonto, verso le otto di sera. Alcuni soldati hanno aperto la porta e hanno lanciato sette, otto bombe. Poi hanno iniziato a sparare con le mitragliatrici. Quando li ho visti prendere le armi ho provato a scappare e con me tanti altri.

Giovedì mi hanno detto che sono tornate delle persone a bruciare i corpi e a portarne via altri. Da questo deposito sterrato, poco distante dalla strada che porta all’aeroporto, sono corsi via i pochi detenuti che sono riusciti a salvarsi. Salem Faih abita proprio qui vicino. “Lo scorso martedì, mentre stavamo mangiando qualcosa dopo la rottura del digiuno, abbiamo sentito delle forti esplosioni e poi dei colpi di mitragliatrice. Ci siamo spaventati perché pensavamo che le truppe di Gheddafi avessero incominciato a sparare su tutto e tutti. In mezzo alla strada abbiamo visto della gente che e correva e urlava di salvarli. I prigionieri che sono scappati verso la mia casa erano quattro: uno di loro aveva una mano troncata di netto, altri due dei proiettili nelle gambe e uno, fortunatamente, era illeso”. di Cristiano Tinazzi © Il Mattino

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