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Aung San Suu Kyi si candida alle elezioni

Aung San Suu Kyi

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A quattordici mesi dal ritorno in libertà dopo sette anni di arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi ha presentato ieri la sua candidatura per un seggio nel parlamento birmano, in vista di un voto suppletivo che vedrà la leader dell’opposizione per la prima volta in lizza. Uno sviluppo impensabile anche solo un anno fa ma che giunge in scia a una serie di riforme introdotte negli ultimi mesi dal nuovo governo civile di Thein Sein, e che stanno gradualmente portando a un ripensamento della politica occidentale verso un Paese per decenni considerato un paria. Circondata da una folla di sostenitori festanti che indossavano magliette con la sua foto, ieri mattina Suu Kyi è andata di persona negli uffici elettorali della circoscrizione di Kawhmu, un impoverito sobborgo meridionale di Rangoon.

Il premio nobel per la pace sarà una dei 44 candidati finora selezionati dalla sua «Lega nazionale per la democrazia» (Nld) per le elezioni del primo aprile, che assegneranno 48 seggi vacanti. Per la «Signora» birmana, 66 anni, si tratta della prima candidatura di sempre. Nel 1990, quando l’Nld trionfò conquistando l’80 per cento dei seggi in elezioni mai onorate dalla giunte militare, la donna era già in stato di detenzione, come sarebbe poi rimasta per 15 degli ultimi 22 anni. Con la sua leader ancora agli arresti domiciliari (fu rilasciata una settimana dopo), il partito boicottò le elezioni del novembre 2010, e fu sciolto dal regime. Anche se dovesse vincere in tutti i collegi in cui correrà, l’Nld – appena tornato a registrarsi come movimento politico – sarà solo in grado di scalfire il saldo controllo del blocco del regime in un parlamento dove la costituzione garantisce comunque un quarto dei seggi ai militari. Ma la «discesa in campo» ufficiale del partito porterà a una maggiore dialettica in aula e gli consentirà di posizionarsi in vista delle elezioni del 2015.

La candidatura di Suu Kyi corona un anno di misure distensive adottate dall’ex generale Thein Sein. Man mano che il nuovo presidente ha consolidato il suo potere, il governo ha liberato oltre 500 prigionieri politici, allentato la censura mediatica e iniziato trattative di pace con le milizie etniche Karen, Shan e Kachin, imbastendo un dialogo diretto con il premio nobel. Tali riforme stanno portando gli Stati uniti e l’Unione europea, che applicano sanzioni economiche contro la Birmania, a rivalutare il loro approccio. La settimana scorsa Washington – protagonista di uno sforzo diplomatico in Asia, anche in funzione anti-cinese – ha annunciato il prossimo invio di un ambasciatore dopo oltre vent’anni. © Alessandro Ursic

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