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Attentato ad Eilat, Hamas, non c’entriamo nulla

Salah Bardawil

Salah Bardawil

Salah Bardawil, leader di Hamas a Gaza, ha da subito negato un coinvolgimento diretto del movimento islamico negli attentati mortali che ieri hanno sconvolto Eilat. Bardawil, anzi, nel pomeriggio aveva ribaltato i termini della questione preannunciando quello che di lì a poche ore sarebbe realmente accaduto: un’«aggressione» armata di Israele contro la Striscia. Lo spettro del terrorismo islamico, sempre evocato, ha conferito al ministro della difesa di Israele, Ehud Barak, un motivo in più per puntare il dito contro gli artigianali razzi costruiti dai militanti islamici, lanciati spesso dall’altra parte del confine. E ha fornito «una giustificazione» plausibile alla ritorsione militare, che era nell’aria da tempo, come accusa Hamas. A due anni e mezzo dall’Operazione Piombo Fuso, l’attacco armato di Israele alla Striscia, la tensione tra il governo di Tel Aviv e il governo integralista di Gaza non accenna a diminuire. Le avvisaglie di una escalation crescente e senza soluzione si registrano da parecchio tempo. Gli operatori umanitari, cooperanti e attivisti, raccontano di ripetute violazioni, da parte dei soldati israeliani dell’Idf, contro palestinesi colpevoli d’aver varcato, inavvertitamente o meno, i confini tra Gaza e Israele o d’essersi avvicinati troppo alla zona cuscinetto.

«Questa ben nota politica da parte dell’autorità occupante – scrive Hamas – conferma l’intenzione di un’escalation di aggressioni contro la Striscia», un territorio ristretto che peraltro mostra condizioni stagnanti di povertà e degrado. Il Coordinamento Onu per gli Affari Umanitari (l’agenzia Ocha) scrive che oltre 1,6 milioni di persone vivono chiuse dentro 360 kmq di terra dove manca l’acqua e il 90% delle falde acquifere non è potabile. Il 38% della popolazione vive sotto la linea di povertà. Ma ad assillare Gaza è soprattutto la mancanza di libertà: la cronaca quotidiana di Wafa (agenzia stampa ufficiale di Fatah) è costellata di episodi di ritorsione. L’ultimo risale a pochi giorni fa: un giovane palestinese è stato ucciso da soldati dell’esercito israeliano martedì scorso.

«L’Idf ha confermato d’aver aperto il fuoco su una figura sospetta che si avvicinava alla linea di confine con Gaza e che non ha risposto alla richiesta di fermarsi», scrive Wafa. Il movimento di merci e persone tramite il valico israeliano di Erez, quello al confine con Israele, è «proibito a tutti gli abitanti nonostante le promesse di ridurre le restrizioni». Le cose non vanno meglio per il valico di Rafah, quello al confine con l’Egitto, che si sperava venisse definitivamente riaperto dopo il crollo del regime di Mubarak. L’agenzia Ocha denuncia che «la sua apertura rimane limitata a 500 persone al giorno». E ieri il valico è stato sigillato nuovamente subito dopo l’attentato di Eiliat.

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