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Assalto alle ambasciate di Usa e Francia a Damasco

Manifestazione a Damasco contro il regime

Manifestazione a Damasco contro il regime

A Damasco una folla di dimostranti filogovernativi ha assaltato l’ambasciata americana, riuscendo a penetrare al suo interno prima di essere cacciata; altri, che cercavano di fare altrettanto con l’ambasciata francese, sono stati dispersi dalle guardie francesi con lacrimogeni e colpi sparati in aria. Tre agenti transalpini sono rimasti feriti. Le forze siriane, distratte, guardavano dall’altra parte. Non così gli Stati Uniti: Bashar al-Assad «ha perso la sua legittimità», ha detto in serata a Washington il segretario di Stato, Hillary Clinton. I manifestanti, incitati secondo fonti Usa dalla tv di stato, protestavano contro le ingerenze dei due paesi i cui ambasciatori, venerdì scorso, sono andati a dare mostrare il loro sostegno a Hama, città simbolo della resistenza contro il regime degli Assad, al potere in Siria da 40 anni. Nel 1982 infatti la città ha pagato con più di 20 mila morti una insurrezione guidata dai Fratelli musulmani, fondamentalisti sunniti. Tre quarti dei siriani sono sunniti e detestano gli sciiti, di cui fa parte la setta degli alawiti – appena il 15% della popolazione – cui appartengono il presidente Al-Assad e i vertici delle forze di sicurezza. Quando il fondatore della dinastia, Hafiz Al-Assad, conquistò il potere con un colpo di Stato, per diventare presidente dovette cambiare la costituzione. I due ambasciatori entrando in quella polveriera, in mano agli insorti da un mese, avranno di certo evocato nel regime uno scenario da incubo, preludio a un bagno di sangue interconfessionale.

L’ambasciatore Usa, Robert Ford, ha incoraggiato l’insurrezione in Siria, iniziata 10 giorni dopo il suo arrivo il 16 gennaio scorso. Erano 5 anni che gli Usa non avevano un loro rappresentante nel paese, alleato dell’Iran sciita, e la sua nomina ha suscitato una reazione durissima tra i repubblicani al Congresso, che temevano quella segnasse un possibile cambiamento nella politica mediorientale di Obama. Ford deve quindi guadagnarsi il posto giorno per giorno, con un occhio rivolto al Congresso.

In molti vedono in quanto sta accadendo la preparazione di un intervento occidentale. Ma la Siria non è per tre quarti Sahara, come la Libia: confina sia con Israele sia con l’Iraq, e gli esiti di un conflitto sarebbero imprevedibili: gli Usa forse hanno imparato dagli errori del passato, e non vorranno ritrovarsi con i Fratelli musulmani a pochi chilometri da Gerusalemme.

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