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Tremonti, beni statali, via alla vendita

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

Valorizzare, vendere, mettere a reddito. Ecco le parole chiave per gestire l’immenso patrimonio dello Stato. Immobili, partecipazioni in società, concessioni spesso abbandonati a se stessi o, peggio, che non rendono affatto. L’obiettivo è cancellare anni di cattiva gestione, recuperando risorse preziose e riducendo il debito. Una operazione complessa e articolata. Più volte tentata in passato e mai andata in porto. Adesso ci riprova Giulio Tremonti. Con un piano dettagliato, l’inventario aggiornato dei «gioielli di famiglia» e, soprattutto, l’indicazione di una strategia precisa da seguire. Certo, dai conti fatti, sarebbe sufficiente cedere tutti gli asset, dalle società partecipate alle caserme, per azzerare, o quasi, l’intero debito pubblico dello Stato. I primi valgono complessivamente circa 1.815 miliardi, il secondo supera, come noto, i 1.900 miliardi. Una scorciatoia ovviamente impraticabile, un esercizio teorico. Meglio quindi muoversi sul fronte delle razionalizzazioni possibili. Cedendo i beni più appetibili, facendo fruttare quelli sottovalutati, avviando privatizzazioni e dismissioni intelligenti. Per avviare a quella che il ministro chiama, «una grande riforma strutturale per la modernizzazione, la crescita del Paese, la riduzione del debito».

Illustrata, nelle sue grandi linee, in un seminario al Tesoro, al gotha del settore privato immobiliare, del credito, delle imprese e ai manager pubblici. Dalla ricognizione effettuata emerge che, teoricamente, dalle cessioni di immobili pubblici si possono ricavare rapidamente, in 18 mesi cioè, circa 25-30 miliardi di euro, mentre altri 10 miliardi possono venire dalla cessione dei diritti di emissione Co2. Sempre a livello di macro cifre, il piano di valorizzazione del patrimonio pubblico garantirebbe a regime, dal 2020, una riduzione annua del deficit di 9,8 miliardi. Il capoeconomista della Cassa depositi e prestiti, Edoardo Reviglio, è sceso nei dettagli. Il valore totale del patrimonio pubblico ammonta, come detto, a circa 1.800 miliardi, 700 dei quali sarebbero «immediatamente valorizzabili».

Secondo Reviglio, sono 4 le aree sulle quali si può agire: crediti, concessioni, immobili e partecipazioni. «Su questi asset – ha detto – si possono fare subito valorizzazioni». La parte immobiliare, ha aggiunto il relatore, vale 500 miliardi e «si può vendere il 5-10%», incassando quindi 25-50 miliardi da qui ai prossimi anni. «Non è che la restante parte del patrimonio pubblico non sia valorizzabile – ha spiegato Reviglio – ma ora ci concentriamo su questi 700 miliardi».

Temi e modalità le detterà ovviamente il governo, ma la strada sembra tracciata. Tra le tante slides presentate, spicca quella che fotografa il rendimento inferiore delle società partecipate dalla pubblica amministrazione, circa 13.11, rispetto a quelle private attive negli stessi settori. Nella fornitura di elettricità e gas – spiega il Tesoro – il rendimento complessivo delle partecipate è 4,8%, inferiore al 9,5% delle società private. Nel trasporto e magazzinaggio il rendimento complessivo è 2,5%, contro il 9,2% delle partecipate in utile e il 14,6% dei privati.

Nel settore acqua, reti fognarie e rifiuti, invece, il rendimento è 1,6%, contro il 4,4% di quelle in utile e il 9,8% delle private. Il portafoglio complessivo delle partecipate rende 1,8%, mentre le società in utile hanno un rendimento medio del 6,7%: in media – conclude il Tesoro – la perdita di valore è del 4,9%. Intanto filtrano particolari sulla stretta da 7 miliardi sui ministeri. Sarà concentrata in gran parte su tre: il ministero dello Sviluppo, che nel 2012 vedrà una riduzione di 2,3 miliardi di euro, dell’Economia (-2,1 miliardo) e della Difesa (-1,2). © Umberto Mancini

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