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Sprechi e ritardi sui fondi per lo sviluppo

Dino Piero Giarda

Dino Piero Giarda

Eliminare sprechi e inefficienze per garantire il controllo dei conti pubblici e liberare risorse per lo sviluppo. Parte la spending review: il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, ha reso noto un primo rapporto con le linee guida degli interventi. «Due gli obiettivi – dice il ministro – Il primo quello di restituire al settore privato attività e interventi che non hanno più ragione di essere pubblici. Il secondo è di garantire efficienza nel settore pubblico per concentrare l’azione su chi ne ha bisogno». «Riformare la spesa pubblica non è una missione impossibile – afferma il ministero in una nota -. Oggi, anzi, è la condizione necessaria per eliminare sprechi e inefficienze, garantire il controllo dei conti pubblici e liberare risorse da utilizzare per interventi di sviluppo». Ma prima di operare quella che viene definita la spending review è indispensabile conoscere lo stato dei fatti, numeri e dati concreti. Questo l’obiettivo del rapporto redatto da Giarda, che è stato reso noto ieri e che è stato elaborato dal ministro nel suo incarico alla guida della commissione costituita nel precedente governo dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, nell’ambito dei lavori preparatori per la delega fiscale e assistenziale. Dalle macchine sottoutilizzate alle opere incompiute, da modi di produzione «antichi» alla «errata identificazione di soggetti meritevoli di essere sostenuti»: il rapporto identifica 10 tipi di sprechi nei quali affonda la spesa pubblica italiana, spesso indicata come «uno dei sintomi o delle cause della malattia italiana che va sotto il nome di elevato rapporto tra debito pubblico e reddito nazionale».

Ma il punto di partenza è l’analisi macroeconomica sull’evoluzione della spesa pubblica negli ultimi sessanta anni, dal 1951 al 2010. In questo periodo l’esborso per pensioni è passato dal 9,4% sul totale della spesa pubblica al 30,2%, ma allo stesso tempo è diminuito quello per assistenza e trasferimenti alle famiglie (dal 12,2% all’8,8%). In calo anche i contributi alla produzione, dal 3,6% all’1,9%, con un picco al 6,4% nel 1980. Ciò che è andato costantemente diminuendo è la spesa per investimenti, dal 15,4% al 6,8%. La spesa complessiva per consumi collettivi dal 1980 ad oggi è rimasta sostanzialmente invariata (circa il 41%), ma al suo interno è cresciuta quella per la sanità, dal 29,7% al 33,8%, e si è ristretta la spesa per istruzione, dal 25,7% al 20%. Classificando «sprechi» e «inefficienze», il rapporto sottolinea che «nella gestione della spesa pubblica il canone guida dovrebbe essere quello dell’efficienza economica: dall’esigenza di non occupare un numero di addetti superiore a quello tecnicamente necessario a realizzare un particolare obiettivo, o di non assegnare benefici finanziari a un soggetto che non li necessita, fino alla valutazione se una espansione della presenza pubblica in un particolare settore, finanziata con l’aumento del prelievo tributario, non abbia conseguenze negative sul potenziale di crescita dell’economia». Ci sono sprechi nella produzione dei servizi quando «una macchina costosa e ad alto potenziale viene sistematicamente sottoutilizzata» e quando «si acquistano fattori produttivi pagando prezzi superiori al mercato».

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