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Mario Draghi riscopre l’anima keynesiana

Mario Draghi

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Perché le parole di Draghi hanno suscitato questa reazione? Perché la Bce è l’unica istituzione europea tecnicamente in grado di far sentire una voce comunitaria in un deserto di politica continentale. E perché al momento lui, Mario Draghi, è per storia personale l’unico mister Europe della sua generazione disponibile sul mercato della leadership. Ovviamente i mercati sono quello che sono e le reazioni vanno verificate su un tempo più lungo delle dodici ore. Però due o tre cose la giornata di ieri ce le racconta. Innanzitutto che per tenere sotto controllo la reattività degli attori finanziari è necessaria molta fermezza. Le parole pronunciate ieri dal presidente della Bce erano ferme. Seconda questione, è necessario un orientamento più coraggioso nella politica monetaria europea e Draghi se ne è convinto. La Bce non può limitarsi a controllare l’inflazione e vigilare moralmente sull’andamento equilibrato dei fondamentali macroeconomici nelle mani dei governi. Deve fare la banca centrale, dunque essere in grado anche di aggiustare le periodiche sbandate dei mercati finanziari. Si dirà che questo ripropone una visione keynesiana. Ieri Giorgio Lunghini, uno dei capi carismatici del keynesismo italiano, ricordava in una intervista al Corriere della Sera che Draghi allievo di Caffè (e Modigliani) ha naturalmente quelle note alla sua tastiera. Chi conosce il presidente della Bce condivide l’analisi, cioè che in questa fase potrebbe prevalere il keynesismo, ma ricorda anche che Draghi è un economista cresciuto anche alla pragmatica frequentazione dei keynesiani d’America – da Robert Solow a Rudi Dornbusch – contro l’eccesso di vincoli quando i mercati sono troppo regolati, più rigidi quando non lo sono abbastanza (lo stesso Keynes teneva a far sapere di non sentirsi sempre keynesiano). Oggi con mercati così infartuati, con una instabilità finanziaria capace di condizionare l’economia reale (genere: domani forse crollano le borse, dunque compro l’Audi tra sei mesi), Draghi sembra aver scelto di intervenire con tutti gli strumenti che il suo mandato gli mette a disposizione.

È aiutato dalle sue caratteristiche. È un abile manager del consenso. Sin dai tempi in cui fu chiamato a fare il direttore generale del Tesoro, è avvezzo a trattare il potere per una forma di intelligenza. Sente Angela Merkel tutti i giorni, e tutti i giorni si confronta con la prudenza della Cancelliera. La seconda questione riguarda la rete dei suoi rapporti – come è stato scritto più volte, ma è sempre utile ricordarlo per capire la dimensione del network. L’esperienza al Mit, i rapporti con un paio di generazioni accademiche – da Ben Bernanke a Stanley Fischer – poi l’ingresso in quella parte della comunità ecomica che si cimentava con l’amministrazione, il mondo dei G-7, la parentesi nella potentissima Goldman Sachs di Hank Paulson, poi il Financial Stability Board, i buoni rapporti che crescono e che vanno da Larry Summers a Tim Geithner a Mervyn King.

Con la credibilità che ha generato intorno a sé, sarebbe effettivamente in grado di dare una carnalità all’azione della banca centrale a restituirle un ruolo di guida in questa fase di fragilità della storia dell’euro. Certo, la guerra si svolge su due fronti, fortemente connessi naturalmente, ma anche separati. Il primo dipende molto dalle sue scelte e dall’indipendenza della Bce: è quello contro l’instabilità dei mercati finanziari – cresciuti di ruolo nell’economia moderna – e completamente estranei alla logica delle costruzioni politiche. Il secondo fronte è quello delle politiche economiche che dipende dai governi: non solo rigorismo nella visione di Draghi, ma – come ha ripetuto negli anni di Bankitalia nelle sue considerazioni finali (e qui torna l’eredità dell’insegnamento molto pro-crescita di Solow) – anche il tema della crescita e il ruolo delle riforme, cioè il fronte su cui anche il governo di Mario Monti è più timido. Ovviamente, un’agenda Draghi della politica economica europea non esiste, esistono i governi e un po’ di margine da parte della banca centrale per esercitare un ruolo di pressione intelligente a partire da quella – rispettosissima – sul governo italiano. © Marco Ferrante

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