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Le riforme per il pareggio di bilancio nel 2013

Mario Monti

Mario Monti

Ici, rendite catastali, patrimoniale, pensioni, sono le principali misure in cantiere per centrare il pareggio di bilancio nel 2013 e per rilanciare l’economia. I nodi da sciogliere in una settimana che si preannuncia di intenso lavoro per il governo. Un primo pacchetto dovrebbe essere pronto nel giro di 8-10 giorni, dopo l’Ecofin e prima del Consiglio europeo. Domani dovrebbe tenersi un consiglio dei ministri per la nomina di vice ministri e sottosegretari, poi il premier e ministro dell’Economia Mario Monti sarà a Bruxelles per l’Eurogruppo e l’Ecofin. Tappa fondamentale, questa, anche per «cifrare» più precisamente il pacchetto degli interventi, almeno quelli relativi alla correzione per il pareggio nel 2013.

I tempi. Nel 2009-2010 senza troppo clamore il governo Berlusconi aveva messo in cantiere un ulteriore riassetto pensionistico, che prevedeva l’aggancio automatico dell’età di uscita dal lavoro all’incremento dell’aspettativa di vita. In questo modo il sistema sarebbe stato in grado di recepire in modo automatico i cambiamenti demografici. Il primo passo di questo percorso è stato fissato prima al 2015 e poi anticipato al 2013: in quell’anno scatterà un innalzamento di tre mesi di tutti i requisiti di età, dall’anzianità alla vecchiaia. Questo gradino potrebbe essere ulteriormente anticipato al 2012: i successivi aumenti, che scatterebbero ogni tre anni, sarebbero legati all’effettivo incremento dell’aspettativa di vita: con lo scenario demografico attualmente disegnato dall’Istat si prevede che nel 2050 l’età di fatto della pensione di vecchiaia salga a circa 70 anni.

L’assegno. L’idea forte di riforma portata avanti da Elsa Fornero è l’estensione a tutti i lavoratori del metodo di calcolo contributivo. Potrebbe partire già nel 2012, ovviamente pro rata: tutti coloro che nel 1996 avevano già almeno 18 anni di carriera alle spalle, e dunque non sono stati toccati dalla riforma Dini, avrebbero la propria futura pensione calcolata con il retributivo relativamente ai versamenti fatti fino a fine anno, e con il contributivo (generalmente meno vantaggioso) per il residuo spezzone di carriera. Questa misura però proprio per la sua natura graduale non assicurerebbe benefici finanziari immediati per lo Stato. Mentre il meccanismo, collegato al contributivo, del pensionamento flessibile (63-70 anni) porrebbe almeno nell’immediato problemi di copertura finanziaria, visto che per i lavoratori maschi del settore privato e per tutti i dipendenti pubblici l’età minima per la vecchiaia scenderebbe da 65 a 63 anni.

L’ipotesi. Se il governo avesse bisogno di fare cassa con le pensioni, e fosse nell’impossibilità di realizzare un intervento significativo sull’anzianità, potrebbe prendere in considerazione un nuovo taglio della perequazione automatica dei trattamenti previdenziali: verrebbero cioè bloccati o comunque ridotti gli importi riconosciuti ogni anno alle pensioni in essere per adeguarle all’inflazione. In realtà già con le manovre estive è stata stabilita una limitazione: la perequazione è totale solo per gli assegni fino a 1.400 euro al mese, al 90 per cento per quelli fino a 2.300 euro e in quota fissa (piccola) per quelle al di sopra di questa soglia. La stretta potrebbe essere ulteriormente inasprita, penalizzando duramente anche i trattamenti intermedi: si parla di un possibile beneficio finanziario pari a un miliardo. Una misura del genere tuttavia sarebbe difficilmente digerita dai sindacati.

L’uscita. Dopo una faticosa mediazione politica, con le manovre della scorsa estate definito il percorso di unificazione dell’età di vecchiaia tra donne e uomini nel settore privato. Con le regole oggi in vigore, l’adeguamento per le lavoratrici dovrebbe partire nel 2014 (cumulandosi però con gli aumenti validi per tutti legati agli andamenti demografici) e concludersi nel 2026. Sul tavolo del governo c’è invece una scaletta molto più rapida, che prevede già dal prossimo anno il passaggio da 60 a 61 anni e poi uno scatto di un anno ogni due, per arrivare alla parità nel 2020. Questa soluzione, avversata soprattutto dalla Lega, garantirebbe un discreto ampliamento dei risparmi di spesa già preventivati. Nel settore pubblico invece l’età della vecchiaia per le donne passerà a 65 anni già a partire dal prossimo anno.

Le regole. Nonostante vent’anni di riforme, il sistema previdenziale italiano si presenta ancora per molti aspetti come una giungla, con regimi diversi applicati alle varie categorie di lavoro e ancora notevoli disparità di trattamento. L’armonizzazione delle regole è uno dei principi a cui Elsa Fornero si è ispirata, da autorevole esperta delle materia, quando non aveva ancora responsabilità di governo: allo stesso tempo è una richiesta che viene ad esempio dalla Cisl come precondizione per accettare sacrifici. Ecco allora che l’estensione del nuovo regime contributivo potrebbe coinvolgere le casse private che finora non hanno applicato queste regime, mentre verrebbe avviato il superamento di alcune regole differenziata tuttora in vigore anche all’interno del settore pubblico.

Il nodo. Dal punto di vista politico e anche sindacale è forse il nodo più delicato del complesso pacchetto sulla previdenza: oltre all’estensione del sistema contributivo si valuta una stretta sugli attuali requisiti per la pensione di anzianità: misura necessaria per garantire risparmi di una certa entità già dai primi mesi del prossimo anno. Le combinazioni possibili sono diverse: si va da un semplice anticipo al 2012 dei requisiti che sarebbero dovuti scattare nel 2013 (quota 97 per i lavoratori dipendenti e quota 98 per gli autonomi), eventualità che potrebbe essere accettata dai sindacati, a un blocco delle uscite ben più drastico: dal primo gennaio l’età minima per la pensione di anzianità passerebbe direttamente a 63 anni, con effetto penalizzante anche su coloro che lasciano il lavoro usando il canale dei 40 anni di anzianità.

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