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Jürgen Stark lascia la Bce e le borse affondano

Jürgen Stark

Jürgen Stark

Juergen Stark, 63 anni, incarna un pezzo importante della storia recente della Repubblica Federale, che, vinta la prova della riunificazione, affronta la sfida dell’euro e riesce a convincere i partner ad accettare la sua filosofia, che si può riassumere in un comandamento e in un’ossessione: rigore di bilancio e orrore per l’inflazione. Di questa dottrina Stark è sempre stato un difensore intransigente e non di rado polemico. La carriera di questo economista, laureato a Tubinga nel ’73, mostra che in Germania l’intreccio tra politica e banca centrale è più stretto di quanto non si creda. Stark, da funzionario del ministero dell’Economia, spicca il volo con l’avvento del governo di Helmut Kohl, all’inizio degli anni Ottanta, quando diventa primo segretario della rappresentanza tedesca al Gatt, il negoziato internazionale per l’accordo sulle tariffe, poi capo del Dipartimento per le relazioni monetarie e finanziarie internazionali del ministero dell’Economia. Quindi sottosegretario alle Finanze e rappresentante personale di Kohl per la preparazione dei vertici G7-G8. Nel’98, conclusasi la parabola del cancelliere della riunificazione e insediatosi il governo rosso-verde, Stark lascia l’amministrazione e approda come vicepresidente alla Bundesbank, carica che ricopre fino al 2006. Sono anni cruciali.

Quelli in cui va a compimento la moneta unica. Quelli in cui nasce la Banca centrale europea, che porta una fortissima impronta tedesca, a cominciare dalla scelta della sede, Francoforte. L’Italia punta all’ingresso nella moneta unica, come un grande compito nazionale. La Germania teme la massa del debito pubblico italiano e vuole a tutti i costi evitare di ritrovarsi con un euro debole al posto del marco forte. Prima della sconfitta della coalizione di Kohl, non passa settimana senza un avvertimento al nostro Paese dell’inflessibile ministro delle Finanze, Theo Waigel. E anche Stark non manca di far sentire la sua voce critica. Alla fine, l’Italia la spunta, ma la Repubblica Federale impone il Patto di stabilità, una polizza assicurativa contro i partner indisciplinati.

Il Patto è l’opera di molti autori e fra questi c’è anche Stark. Che, nel 2006, diventa membro del Board della Banca centrale europea. È improprio definirlo «rappresentante tedesco alla Bce», perché i membri del Board formalmente non rappresentano un Paese. Stark è piuttosto l’emissario di una ortodossia, quella della Bundesbank, che ha fra i suoi cardini l’ossessione del controllo della massa monetaria e la fissazione di un bassissimo livello d’inflazione, il 2 per cento. È un paradosso che questo sacerdote della stabilità abbia provocato con le sue scelte la tempesta di ieri. Tipico esponente della filosofia tedesca di rigore nella gestione dei conti pubblici, Stark ha più volte sottolineato come l’intervento della Bce a sostegno dei Paesi maggiormente indebitati sia da considerarsi temporaneo e condizionato: su questa linea si è anche schierato contro gli eurobond che, ha detto di recente, «curano i sintomi ma non la causa». di Alessandro Di Lellis

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