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Guerra in Libia, un danno per l’industria italiana

Paolo Romani

Paolo Romani

Contratti miliardari appesi ad un filo. Investimenti congelati. Attività ferme. L’industria italiana è di gran lunga la più presente in Libia. E l’Eni è in prima fila fin dal 1959. Il 22 febbraio ha sospeso il pompaggio di petrolio e gas, assicurando solo i rifornimenti delle centrali locali per non lasciare il paese al buio. Imprese grandi e piccole si preparano alla fine della guerra. Con una certa preoccupazione sul futuro degli accordi firmati con Gheddafi. Due mesi fa rappresentanti del governo provvisorio sono venuti in Italia e hanno assicurato alle aziende italiane che rispetteranno tutti i contratti in essere. Ma la situazione è in evoluzione. L’interruzione di ogni attività durante la guerra ha gravemente danneggiato le imprese italiane in Libia. Il responsabile per lo Sviluppo, Paolo Romani, ha assicurato che si sta pensando a come indennizzare le centinaia di aziende italiane che hanno avuto danni. «Stiamo provvedendo ad un emendamento, non so se nella manovra» in discussione al Senato, ha anticipato il ministro. Il presidente dell’Eni, Giuseppe Recchi, dice che «con la fine del regime si riapre un mercato importante che rappresentava il 13% del nostro fatturato». Non prevede «una riapertura degli impianti a breve», anche se il ministro degli Esteri, Franco Frattini, fa sapere che «i tecnici dell’Eni sono già stati chiamati a Bengasi per la riattivazione degli impianti».

L’Italia importa da Tripoli il 12,5% del proprio fabbisogno di gas e il 23% di quello petrolifero. Attraverso la controllata Ansaldo Sts, Finmeccanica aveva ottenuto prima della guerra commesse per infrastrutture tecnologiche per 541 milioni di euro. «Con Bengasi abbiamo già parlato. Riteniamo che i contratti in essere siano in salvo», dice l’amministratore delegato Giuseppe Orsi. L’elenco delle aziende che facevano affari in Libia è lunghissimo. Molte big, come Iveco (gruppo Fiat), che vi assembla i veicoli industriali. Come Impregilo, con 1 miliardo di lavori in portafoglio, tutti sospesi. Poi Maltauro, che ha vinto una commessa da 100 milioni per un centro universitario vicino alla capitale. Saipem (cantieri in sospeso per 800 milioni). Trevi impegnata in diversi progetti edilizi nel centro di Tripoli. Bonatti, Salini, Graboli.

Lavori congelati per Telecom, per Sirti che insieme all’Alcatel francese deve fornire 7 mila chilometri di cavi di fibre ottiche. E una miriade di piccole e medie imprese, con nomi meno altisonanti, che rappresentano l’indotto. Secondo una prima stima del presidente della Camera di commercio ItalAfrica Centrale (sezione Unioncamere), Alfredo Cestari, la guerra in Libia ha creato all’industria italiana un danno superiore ai 100 miliardi di euro, se si tiene conto anche del blocco dell’import export. E a sentirlo è tutt’altro che scontato che le aziende italiane riusciranno a conservare il ruolo di protagoniste che avevano con il regime Gheddafi. Tra i paesi dell’intervento militare la Francia è riuscita in questi mesi a ritagliarsi una buona posizione per il momento della ricostruzione. La Cina che da tempo indirizza massicci investimenti verso il continente Africano guarda al greggio libico con enorme interesse.

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