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Francia e Spagna sotto tiro sul mercato dei bond

Nicolas Sarkozy

Nicolas Sarkozy

La Francia è entrata decisamente nel mirino della speculazione internazionale. Mentre anche la Spagna ha imboccato la stessa strada della Grecia, ossia quella del salvataggio internazionale, dopo che i rispettivi spread col bund tedesco hanno raggiunto record storici dalla nascita dell’euro. La Spagna che domani andrà alle urne, per decidere chi succederà all’«era Zapatero», ha chiuso una dura campagna elettorale con una parola d’ordine che è diventata insidia e incubo per alcuni paesi dell’Unione e per l’intera Europa. Anche qui, però, la peculiarità spagnola di non assimilare tout court i termini stranieri, ha fatto la differenza. E così, mentre si parla concitatamente di «spread», a Madrid l’incubo porta il nome di «prima de riesgo» o «diferencial». L’Europa, dunque, con tutte le sue turbolenze e nuvoloni all’orizzonte, ha accompagnato la sfida spagnola alla conquista dell’ultimo voto. Con uno spread che ieri ha superato quello italiano: sì perché ha infranto il muro di quota 504.

Il ministro spagnolo dell’economia Elena Salgado ha detto che nonostante l’impennata degli ultimi giorni su spread e tassi d’interesse sui bonos di Madrid non c’è «alcun rischio per la sostenibilità del debito del Paese, e che un ipotetico piano di salvataggio «è fuori di ogni considerazione». Salgado ha precisato che l’aumento dei tassi sui buoni a 10 anni al 7% registrato questa settimana influirà su una parte «molto piccola» del debito per il 2011, circa 3,5 miliardi su un totale di 580 miliardi, in quanto il Tesoro ha già realizzato l’89% delle emissioni previste per quest’anno. Secondo Salgado l’interesse medio sul debito sovrano rimane nel 2011 circa 20 punti al di sotto della media europea: «quindi tranquillità, ma anche tutta la volontà e la determinazione per ridurre al più presto con i nostri partner europei le tensioni». Per Salgado il mercato del debito europeo attraversa una fase di «tensione senza precedenti» di cui è beneficiaria la Germania, diventata un «valore rifugio» e che ha cosi visto diminuire il costo del suo debito sovrano.

Sulla crisi della Spagna stupisce la rapidità del cambiamento: tra il 2000 e il 2007 il paese è cresciuto a un ritmo doppio della media europea. Ma la crisi ha mostrato i tanti punti deboli del sistema. Innanzitutto, il mercato del lavoro è caratterizzato da un massiccio ricorso ai contratti a tempo determinato (spesso a tre o sei mesi). Introdotti già nel 1984, questi rappresentano ormai un quarto del totale e il 91% delle nuove assunzioni: per contenere le spese, molte imprese si sono limitate a non rinnovare i contratti scaduti durante la crisi. Buona parte della crescita spagnola poggiava poi sullo sviluppo sfrenato del settore edilizio privato, che ha provocato una vera e propria bolla speculativa esplosa all’inizio del 2008, seguita da fallimenti e licenziamenti a catena. Secondo le stime, sono circa cinque milioni gli alloggi in eccedenza; sono necessari in media sessanta mesi per vendere un appartamento; i disoccupati del settore della costruzione sono più di seicentomila.

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