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Crisi in Spagna, 40 miliardi per le banche

Crisi in Spagna

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È di 59,3 miliardi di euro il deficit di capitale delle banche spagnole, secondo il verdetto degli stress test realizzati da Oliver Wyman, resi pubblici ieri dal governo alla chiusura delle piazze europee. Una cifra ampiamente prevista, non distante dai 62 miliardi stimati dagli audit provvisori di giugno. E già digerita dai mercati, rimasti ieri in rosso in attesa di un altro responso, quello di Moody’s, che minaccia un downgrade del debito iberico a livello spazzatura. Gli analisti indipendenti, chiamati a stimare e certificare lo stato di salute di 14 banche, pari al 90% del settore, hanno concluso che ci vorrebbero 60 miliardi per colmare il buco di capitale in uno scenario avverso, 53,7 miliardi al netto delle fusioni in corso e degli attivi che saranno ceduti alla «bad bank». Madrid pensa di chiedere a Bruxelles 40 miliardi, rispetto ai 100 concordati per il salvataggio bancario. Solo Bankia, sull’orlo della bancarotta, ha bisogno di 24,7 miliardi, nel peggiore degli scenari previsti, tre anni di recessione e 270 miliardi di perdite globali sui crediti. Gli altri tre istituti di credito finora nazionalizzati con lo statale Frob, Catalunyabank, NCG Banco e Banco de Valencia, hanno bisogno di 21,4 miliardi. Ma anche il Banco Popular, assieme a Mare Nostrum, Ibercaja, in fusione con Liberbank e Caja 3 necessitano una ricapitalizzazione. E dovranno presentare piani di finanziamento alla Banca di Spagna e alla Commissione europea, anche se – come nel caso del Popular – rinunciano a ricorrere ai fondi Ue. Sette, invece, gli istituti di credito in buona salute: Santander, BBVA, Caixabank, Kutxabank , Banco Sabadell, Bankinter e Unicaja-Ceiss, che non hanno bisogno di aiuti.

Con l’esame, Madrid rispetta il calendario previsto nel Memorandum di intesa firmato con la Ue per il salvataggio del sistema finanziario. E spera di riattivare con la fiducia dei mercati anche il credito. Il sottosegretario all’economia, Fernando Latorre, ha insistito sul fatto che un terzo della necessità di capitale possa essere coperta dal settore privato, per cui alla fine il salvatagigo bancario si attesterebbe sui 40 miliardi. «L’idea è vendere gli enti nazionalizzati appena ci siano le condizioni», dopo il trasferimento degli attivi tossici alla bad bank e il risanamento. «Con questa operazione – ha assicurato – terminerà il processo di ricapitalizzazione del sistema e saranno dissipati i dubbi nel far fronte alla bolla immobiliare e alla contrazione dell’economia». Con la finanziaria e le riforme recepite da Bruxelles, il governo di Mariano Rajoy riesce a guadagnare un po’ di ossigeno. Ma non a mettersi al riparo dal salvataggio dell’economia, sebbene soft. A parte la spada di Damocle di Moody’s, resta aperta l’incognita sulla condizionalità per attivare l’intervento della Bce, dopo che Germania, Finlandia e Olanda si sono opposte alla copertura delle perdite bancarie pregresse attraverso il Fondo salva Stati.

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