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Crisi in Spagna, 100 miliardi alle banche

Crisi in Spagna

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La Spagna è il quarto Paese dell’Eurozona – ma il primo tra i too big to fail – ad aver avuto bisogno di un salvataggio esterno dall’inizio della crisi dei debiti sovrani. Prima avevano già beneficiato degli aiuti Grecia, Irlanda e Portogallo. A maggio 2010 l’Ue e il Fmi varano il primo piano di salvataggio della Grecia: ad Atene vengono destinati aiuti per 110 miliardi a fronte di un piano triennale di lacrime e sangue. Ma non basta, e così a luglio 2011 viene messo a punto un secondo piano da 109 miliardi che arrivano dal nuovo fondo salva-Stati, Efsf, e dall’Fmi. Per la prima volta anche i privati sono chiamati a contribuire alle perdite sul debito ellenico: i loro bond sono sostituiti («swap») con titoli a più lunga scadenza con svalutazioni superiori al 50%. Atene sembra salva ma lo stallo politico creatosi nel Paese ellenico dopo le elezioni di aprile, sta mettendo a repentaglio la sua permanenza nella moneta unica. Dalla Grecia la crisi si espande rapidamente verso l’Irlanda, con un sistema bancario ormai sull’orlo del crac e con conti pubblici fuori controllo. A novembre 2010 la Ue e l’Fmi danno il via libera a un piano di aiuti da 85 miliardi di euro, di cui 35 servono per la ristrutturazione della banche. Ma per incassare il prestito Dublino è costretta a varare una delle manovre di bilancio più dure nella storia del Paese. Il piano di austerity per il 2011 prevede risparmi per 6 miliardi di euro con aumenti di tasse e drastici tagli al welfare e agli stipendi della classe politica. Nel caso irlandese la cura somministrata sembra aver dato i frutti sperati. Il primo ministro, Enda Kenny, ha detto che l’Irlanda punta a essere il primo dei tre Paesi dell’eurozona salvati da Ue e Fmi a uscire dal programma di aiuti. Poi il Portogallo. All’inizio del 2011 i tassi che Lisbona deve pagare per finanziarsi sul mercato raggiungono livelli insostenibili, sfondando la soglia del 7%. La situazione precipita e il premier socialista, Josè Socrates, è costretto a rassegnare le dimissioni. Dopo una forte resistenza agli aiuti internazionali, per evitare le pesanti misure di austerity imposte da Ue-Bce-Fmi come contropartita al salvataggio, Lisbona capitola. A maggio 2011 riceve aiuti per 78 miliardi di euro (52 dalla Ue e 26 dall’Fmi), spalmati su tre anni. Dodici miliardi sono destinati alle banche. A distanza di un anno però non si esclude l’ipotesi che il Portogallo possa essere costretto a chiedere un secondo salvataggio entro settembre prossimo. Ma intanto il G7 promuove il piano da 100 miliardi per le banche iberiche, le istituzioni europee sperano che basti ad evitare il contagio. I 7 grandi in un comunicato hanno scritto che nell’azione dell’eurogruppo si vede “un progresso verso una più rilevante unione finanziaria e fiscale nell’Unione europea”.

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