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Corsa al petrolio libico, è gara tra i colossi mondiali

Il petrolio della Libia

Il petrolio della Libia

Quale che sia la composizione del nuovo gruppo di potere a Tripoli, il dopo-Gheddafi passa prima di tutto per il petrolio. Anche per l’Italia, che con Tripoli ha stipulato il Trattato economico di più ampia portata e che non viene messo in discussione dagli insorti. Ma l’oro nerò fa gola, nè potrebbe essere diversamente, visto che in gioco c’è un mercato che già nel 2010 ammontava a ben 1,8 milioni di barili al giorno. Non troppo hanno atteso perciò i colossi mondiali del greggio: la corsa per corteggiare gli insorti è partita ben prima che Brega, la città dell’oro nero, cadesse nelle mani dei nemici del Raìs. Del resto il prezzo del barile è risalito ieri a quota 85 dollari a New York, sfondando i 103,84 dollari nei paesi produttori dell’Opec. Ragione di più per le compagnie petrolifere di scendere in campo per opzionare il greggio un tempo del Raìs. Le sigle sono quelle storiche: Royal Dutch Shell, Total, Repsol YPF, BP, la texana Marathon Oil di Houston e per l’Italia l’Eni che vanta con Tripoli il non trascurabile fatturato del 13%. Tutti ammettono adesso di aver avuto contatti «informali» con i rivoltosi nel pieno della guerra civile. E tutti, a cominciare dal Cane a sei zampe italiano, affermano di essere «pronti» a riprendere le attività.

Certo, dalle affermazioni di responsabili e agenzie specializzate traspare una prudenza quanto mai necessaria: nessuno in realtà sa chi saranno davvero i nuovi referenti a Tripoli. Men che meno quali politiche concrete l’estabilishment libico metterà in campo nel settore energetico. Prova ne sia la cautela dell’analista di lungo corso di Jp, Morgan Chase, per il quale «ci troviamo di fronte a un foglio bianco». Così come, per l’Eni, il presidente Recchi avverte che «ci sono ancora tensioni con la Libia». Ancora così Goldman&Sachs per cui l’effeto Libia sarà limitato nel breve periodo. Di sicuro gli insorti ormai prossimi al governo sanno bene di avere in mano la chiave del rilancio economico della Libia. Assicurano perciò di tutti gli impianti e i terminal per l’export sono intatti. Per l’Italia, in particolare, il Consiglio di transizione e l’ambasciatore libico a Roma Hafed Gaddur, affermano che «il Trattato economico siglato con Gheddafi dal governo Berlusconi è confermato». Di rimando il ministro degli Esteri Frattini rilancia: il testo «ripartirà con il nuovo governo». Ma il presente ancora incerto induce più d’uno a incalzare Palazzo Chigi, come la Camera di Commercio ItalAfrica Centrale, il cui presidente Alfredo Cestari sollecita la tutela delle imprese italiane.

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