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Abolizione Imu, al suo posto la Service tax

Enrico Letta

Enrico Letta

Silvio Berlusconi lancia un ultimatum sull’Imu: non si deve pagare, è un accordo che venne preso con la nascita delle larghe intese. Ma il segretario del Pd, Guglielmo Epifani, ribatte: «Berlusconi sbaglia. Nel programma il premier Letta ha detto: “Superare l’attuale tassazione della prima casa e dare tempo a governo e Parlamento di elaborare una riforma che dia ossigeno alle famiglie”». Intanto il premier si dice pronto all’azzeramento dell’Imu, al suo posto la Service tax o tassa unica. I Comuni contano su un gettito di 24 miliardi dagli immobili e di 7 dai rifiuti. Solo il 17 per cento
deriva dagli alloggi principali.

L’Imu sulla prima casa vale circa 4 miliardi
L’Imu (Imposta unica municipale) che ha sostituito l’Ici, nel 2012 ha portato quasi 24 miliardi nelle casse pubbliche. L’imposta serve a finanziare i Comuni anche se l’anno scorso, di fronte alla crisi finanziaria, è andata per il 50% allo Stato. Non è ancora chiaro cosa succederà quest’anno. Il Pdl ha raccolto buona parte delle sue fortune elettorali sulla parola d’ordine dell’abolizione dell’imposta sulla prima casa (e addirittura della sua restituzione) e continua a farne una bandiera. Sulle sole prime case l’Imu grava per quasi 4 miliardi. Cifra non enorme se si pensa che fra imposte e contributi gli italiani versano allo Stato, complessivamente, quasi 800 miliardi all’anno. La cifra è relativamente modesta perché sulla prima casa grava un’aliquota più bassa di quella destinata alle seconde case e agli uffici e poi perché c’è un’esenzione. Se l’Imu sulla prima casa non supera 200 euro non si paga nulla e l’esenzione sale di 50 euro per ogni figlio. L’aliquota minima dell’Imu sulla prima casa è dello 0,4 per mille ma alcuni comuni, fra i quali Roma, l’hanno fissata ad un livello più alto. Se si escludono i rialzi locali l’anno scorso l’Imu prima casa ha assicurato un gettito di 3,4 miliardi. La vecchia Ici, nel 2007, era arrivata a 3,3 miliardi.

Già esente il 25% delle abitazioni
Circa un quarto delle abitazioni principali degli italiani risultato esenti dall’Imu. Quindi tutte le prime case di piccola dimensione o di valore catastale basso ne sono già escluse. Questo grazie all’esistenza di una franchigia di 200 euro aumentata di altri 50 per ogni figlio. Inoltre, alcuni Comuni (per l’esattezza il 6,6%) hanno scelto di diminuire l’aliquota oppure di aumentare la soglia di esenzione. Secondo lo studio effettuato dal ministero dell’Economia, l’incidenza dell’Imu per l’abitazione principale sul totale del gettito Imu è stato pari al 17%. Alcuni grandi Comuni, invece, hanno deciso di alzare l’aliquota minima sull’Imu che grava sulla prima casa. Si tratta in particolare di Roma, Torino, Genova e Napoli il cui gettito Imu da abitazione principale sale ad una media del 27% sul totale del gettito. Complessivamente quasi un Comune ogni cinque (il 18,4%) ha optato per un una Imu più pesante di un punto portando l’aliquota minima dallo 0,4 a 0,5 per mille. Un altro 7,8% delle amministrazioni comunali, evidentemente pressate da qualche difficoltà finanziaria, ha invece deciso di portarla allo 0,6 per mille. Per due terzi dei Comuni l’aliquota sulla prima casa resta quella classica: lo 0,4 per mille.

L’85% dei contribuenti paga meno di 400 euro
Non c’è dubbio: l’Imu sulla prima casa, così come l’Ici, è una delle imposte più odiate dagli italiani. Tuttavia va sottolineato che, contrariamente a quello che comunemente si crede, non è fra le più pesanti. Come abbiamo visto, circa un quarto delle abitazioni principali non paga nulla. Per la grandissima parte del restante 75% di prime case, le famiglie italiane pagano meno di 400 euro all’anno. Secondo i dati del ministero dell’Economia, infatti, l’85% dei contribuenti sottoposti all’Imu versa meno di 400 euro. Come si spiega una cifra così bassa? Innanzitutto col fatto che al totale da pagare vanno sottratti i 200 euro di franchigia. Poi la tassa si calcola sul valore catastale e non su quello di mercato. Questo non toglie che l’Imu possa essere in non pochi casi squilibrata e ingiusta. Intanto è una tassa che colpisce soprattutto le famiglie delle grandi città le cui abitazioni mediamente valgono molto di più di quelle dei centri minori. Poi l’imposta spesso colpisce di più le abitazioni nuove, magari costruite in periferia, cui vengono assegnati valori catastali alti, rispetto a quelle centrali e di maggior valore ma con stima catastale datata: un’anomalia che dovrebbe essere superata dalla riforma del catasto (in programma da vent’anni).

Qual é la nuova imposta che cambia lo scenario
Per sciogliere il braccio di ferro che contrappone Pdl e Pd sulla riforma dell’Imu è spuntata l’ipotesi di rivoluzionare completamente il sistema di riscossione delle tasse locali unificando tutte le imposte in una sola. Questa tassa è informalmente chiamata Service Tax e dovrebbe comprendere l’Imu, la Tares (ex Tarsu o imposta sulla raccolta dei rifiuti) più balzelli minori come quello sui tavolini all’aperto dei ristoranti oppure delle insegne pubblicitarie. Sia i Comuni che il Tesoro sono favorevoli a questa soluzione per la semplice ragione che sarebbero i singoli sindaci a decidere cosa fare sulla prima casa accollandosi quindi l’eventuale responsabilità di spendere meno di fronte a una diminuzione degli introiti per l’esenzione delle prime case. Le prime indiscrezioni riferiscono di una possibile aliquota minima bassa sulle prime case, pari allo 0,2 per mille (la metà di quella fissata ad oggi). Questo significa che lo Stato – a partire dal 2014 – consentirebbe ai Comuni di incassare meno allargando un pochino la gabbia di ferro del patto di stabilità interno che oggi impedisce alle amministrazioni locali di spendere oltre i livelli determinati centralmente dal ministero dell’Economia.

Resta il nodo della tassa sui rifiuti
Se lo ricordano in pochissimi ma da circa un anno intorno alle tasse locali si agita l’ennesima tegola fiscale ovvero un aumento della tassa sull’imposta relativa alla raccolta dei rifiuti. La decisione è stata presa dal governo Monti che ha imposto ai Comuni di coprire al 100% i costi della nettezza urbana e degli altri servizi locali. Di qui la decisione di cambiare il nome alla tassa, da Tarsu in Tares, ma soprattutto di imporre una sorta di sovrattassa di 30 centesimi a metro quadro. Il maggior gettito complessivo fu stimato in circa 1 miliardo di euro (da aggiungere ai 7 miliardi assicurati dalla Tarsu). L’entrata in vigore della Tares, però, finora ha subito già ben due rinvii. Ora la questione Imu potrebbe far convergere anche questa imposta nel calderone del ripensamento generale dell’imposizione locale. Se davvero dovesse nascere la Service Tax, è possibile che assorba sia Imu che Tares. A quel punto sarebbe il sindaco (e non più lo Stato) il diretto responsabile di tutte le leve fiscali del proprio Comune e potrebbe calibrarle come meglio crede a seconda delle esigenze della cittadinanza. Difficile credere, almeno per la maggior parte dei Comuni, che la Service Tax sarà meno amara dell’Imu e della Tares. L’unico vantaggio che si profila è la riduzione del numero dei versamenti.

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