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È morto Salvatore Licitra, era in coma da 9 giorni

Salvatore Licitra

Salvatore Licitra

Salvatore Licitra era ricoverato a Catania dopo un grave incidente stradale a Donnalucata la sera del 27 agosto, mentre sulla sua Vespa stava andando al ristorante con la sua fidanzata. Un’ischemia cerebrale gli ha fatto perdere i sensi e il controllo dello scooter. Il tenore è stato ricoverato e operato d’urgenza al «Garibaldi» di Catania ma non c’è stato nulla da fare. Alle nove di questa mattina i medici hanno dichiarato la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo aggiungengo che hanno proceduto con il periodo di osservazione, della durata di sei ore, previsto dalla legge per certificare la morte. Licitra doveva ritirare, il 3 settembre, il premio «Siciliani nel mondo». I familiari dell’erede di Pavarotti hanno deciso per la donazione degli organi. La camera ardente sarà allestita al teatro Bellini di Catania. Licitra era nato a Berna da genitori di Acate, in provincia di Ragusa. Dopo avere studiato con Carlo Bergonzi, aveva debuttato nel 1998, e poco dopo si era fatto conoscere dal grande pubblico alla Scala di Milano, dove nel 2000 ha cantato in “Tosca” diretto da Riccardo Muti. La consacrazione internazionale avvenne nel 2002 al Metropolitan di New York, dove Licitra venne chiamato a sostituire Luciano Pavarotti, sempre in “Tosca”.

Da molti era considerato il nuovo Pavarotti, un paragone che però non gli piaceva. «Le nostre voci sono molto diverse – spiegava – abbiamo poco in comune. E poi ero già famoso e in carriera quando lo sostituii, altrimenti non mi avrebbero chiamato». Lui era così, esuberante, impulsivo, simpatico, a volte eccessivo. Al San Carlo c’è chi ricorda la sua fuga pochi minuti prima del debutto nel «Trovatore», il regista lo voleva pallido e emaciato, lui era andato a farsi una lampada. Al suo carattere si è riferita la madre Paola, in una lettera con la quale ha autorizzato i medici dell’Ospedale Garibaldi di Catania, a donare i suoi organi. «Mio figlio ha avuto il dono del belcanto che lo ha fatto grande in tutto il mondo. Chi lo ha conosciuto sa bene quanto generoso sia stato sempre. Questo atto adesso lo rende testimone straordinario della sua umanità, che mette a disposizione di chi soffre». Salvatore Licitra s’era avvicinato alla lirica per caso, scoprendo il tesoro di una voce unica grazie alle lezioni di Bergonzi. E cantava nei più grandi teatri. Oltre al Met, al Covent Garden, la Staatsoper di Vienna, Berlino, Los Angeles.

A New York, aveva cantato il Requiem di Verdi su una chiatta sull’Hudson per ricordare i morti dell’11 settembre. Alla Scala, ora in lutto, era stato protagonista nel gennaio scorso in una «Cavalleria» firmata da Mario Martone. Vi aveva trionfato nel 2000 diretto da Riccardo Muti in un «Trovatore» passato alla storia perché il direttore verdiano doc aveva eliminato il do di petto nell’aria più nota: «Di quella pira». «Una perdita terribile – dice il regista napoletano, giurato a Venezia – Una voce, un artista e un uomo singolare, non un divo. Caratteristiche che hanno solo i grandi».

Muti è «frastornato», insieme, ricorda, «abbiamo fatto cose straordinarie». Memorabili le sue apparizioni al San Carlo, «Trovatore», ma con do di petto, nel 2004, con successiva trionfale tournée in Giappone, dove era venerato come una rockstar e dove era atteso in questi giorni con «Ernani». Ancora l’amato Verdi nel 2008. Il teatro era chiuso per lavori e i conti in rosso. E lui, diretto da Jeffrey Tate, cantò all’Auditorium Rai «Don Carlo» in forma di concerto.

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