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Paolo Borsellino ucciso per trattativa Stato-mafia

Paolo Borsellino

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Paolo Borsellino sapeva della trattativa Stato-mafia e fu ucciso perché Cosa nostra lo percepiva come un «ostacolo». Ma soprattutto si sentiva tradito da chi avrebbe dovuto combattere al suo fianco contro la piovra. Dopo aver portato alla luce il depistaggio del falso pentito Vincenzo Scarantino, la Procura di Caltanissetta prova a rimettere in ordine tutti i tasselli dell’indagine sulla morte del giudice, riaperta grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza. Ieri mattina il gip Alessandra Giunta ha fatto scattare 4 nuove ordinanze di custodia cautelare, notificate in carcere dalla Dia al capomafia Salvino Madonia (accusato di aver partecipato alla fine del 1991 alla riunione della Cupola in cui si decise l’avvio della strategia stragista) e ai boss Vittorio Tutino e Salvatore Vitale (il primo rubò con Spatuzza la 126 per la strage; il secondo abitava nel palazzo della madre di Borsellino, in via d’Amelio, e avrebbe fatto da talpa agli stragisti). Un quarto provvedimento riguarda il pentito Calogero Pulci, l’unico in libertà, accusato di calunnia aggravata: con le sue dichiarazioni avrebbe fatto da riscontro a Scarantino.

Borsellino, è la ricostruzione dei magistrati, aveva capito che dopo Falcone presto sarebbe stato eliminato anche lui. La sua fine, decisa nel summit del dicembre ’91, sarebbe stata accelerata perché veniva considerato un ostacolo alla «trattativa» tra Cosa nostra e pezzi dello Stato. Per questo per i 4 arrestati è scattata l’aggravante di terrorismo. La svolta delle indagini mette poi in luce una causale che, secondo il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, era di tipo «eversivo-terroristico»: la mafia avrebbe attuato una strategia stragista «per evitare mutamenti politici non graditi». Una logica in cui rientrava la «trattativa», partita dopo la morte di Falcone: i boss avrebbero fermato le bombe in cambio di benefici per i detenuti al regime del 41 bis. Mediatore era Vito Ciancimino. Il figlio Massimo ne ha svelato alcuni passaggi, ma sia i pm che il gip hanno sottolineato l’inattendibilità del teste, poi arrestato, alla continua ricerca di un teatrino mediatico.

Borsellino in quei giorni aveva intuito di essere spacciato. «Qualcuno mi ha tradito – aveva confidato a due giovani magistrati, Alessandra Camassa e Massimo Russo – sono in un nido di vipere». I pm inseriscono nella loro ricostruzione le dichiarazioni della moglie di Borsellino, Agnese: «Il 15 luglio, verso sera, conversando con mio marito in balcone lo vidi sconvolto, mi disse testualmente: “Mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu”». Ovvero mafioso. Subranni era capo del Ros dei carabinieri che stava conducendo la cosiddetta trattativa. Ora Subranni è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

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