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Omicidio Torpignattara, blitz nella piccola Africa

Il blitz dei carabinieri in via Prenestina 39

Il blitz dei carabinieri in via Prenestina 39

L’unica che sembra davvero arzilla, all’alba del settimo giorno di indagini, si chiama Franca, sulla sessantina, moglie di un ex ferroviere. Forse li ha visti in faccia, i killer di Zhou e Joy. Senza sapere che fossero loro, ovviamente. Perché di marocchini senza fissa dimora e con il coltello facile ne vede a decine ogni sera, dalla finestra della cucina al piano terra che affaccia su quello che chiamano «Grand Hotel delle Ferrovie». Siamo al civico 39 di via Prenestina, trecento metri in linea d’aria dal muretto dietro il quale c’era la borsa rapinata alla signora Lyan Zheng, la moglie di Zhou e Joy. Ad accendere la luce nelle «stanze» di questo resort del degrado, ieri all’alba, è stato un serpentone di lampeggianti blu, sui tetti di cinquanta auto dei carabinieri, che silenziosamente è scivolato all’interno di un’area dello scalo San Lorenzo, di proprietà delle Ferrovie dello Stato, che però almeno ieri mattina sembrava sottratta al controllo di legalità. Accompagnati dal fascio di luce di un elicottero che volteggiava poco sopra la Tangenziale, sono apparsi centocinquanta di militari di tutte le stazioni di Roma, del nucleo investigativo di via In Selci e delle Compagnie di intervento operativo, con i cani antidroga e antiesplosivo. Hanno cominciato la loro caccia da questo triangolo di prato, binari e vagoni consegnato al popolo dei clandestini nordafricani di Roma Est.

Alle otto di mattina, dopo due ore e mezza di ispezioni, inseguimenti e controlli, una quarantina di questi giovanotti «senza fissa dimora» era in stato di fermo. Potrebbero aver visto, aver saputo, aver condiviso qualcosa con i due balordi che hanno sconvolto la città. Tre di loro sono stati poi arrestati per possesso di stupefacenti, un altro perché aveva documenti falsi. Una quindicina non li aveva proprio o ha preferito non consegnarli. Altri quindici non erano in regola con i permessi di soggiorno. Tutti, indistintamente, hanno alzato le spalle quando si sono sentiti chiedere, qualche ora più tardi, se sapessero chi potevano essere i responsabili del terribile duplice delitto del 4 gennaio scorso.

Gli investigatori di via In Selci li hanno incalzati, affermando che certamente, almeno la sera della tragedia, i due killer dormirono lì dopo aver nascosto il bottino di sedicimila euro in un rudere poco distante. E loro, i disperati fermati ieri, hanno inventato la coincidenza più incredibile del mondo: tutti erano arrivati da due o tre giorni; la sera del delitto erano altrove. Eppure gli inquirenti sono sicuri: «Quei due sono passati da questo deposito dopo aver commesso la rapina. Se non c’erano ieri notte, ci sono stati in passato», sibilava all’alba di ieri Salvo Cagnazzo, che dirige il Reparto Operativo dell’Arma e da giorni insegue le due belve. E Giuseppe La Gala, che comanda il Gruppo Carabinieri di Roma e ha saputo sigillare la zona con centocinquanta uomini senza che se ne accorgessero nemmeno i metronotte, tira le somme dell’operazione: «Siamo al centro di Roma eppure questo fazzoletto di terra, almeno di notte, diventa una sorta di zona extraterritoriale. Di giorno è deserta, ma quando fa buio gli immigrati arrivano a frotte, scavalcano la recinzione, si impossessano dei vagoni». Ne sa qualcosa proprio Franca, che appare insonnolita ma arzilla non appena le pale dell’elicottero si fanno sentire: «Ogni notte sono qui; li sentiamo litigare per il posto per dormire, si ubriacano, rompono le bottiglie, qualche volta si picchiano e sfasciano tutto: due sere fa uno dei vagoni è andato a fuoco, sono dovuti intervenire i pompieri. Questo lo chiamano Grand Hotel delle Ferrovie; qui arriva davvero gente con la valigia. C’è anche l’acqua corrente, la prendono dalle fontane degli hangar, d’estate ci si fanno la doccia pochi metri dalle nostre finestre». Mentre la signora racconta, dalla radio di uno degli ufficiali parte l’allarme: «Dicono che una ventina di persone stanno scappando dall’altra parte della ferrovie, sui binari». Ma il fascio di luce dell’elicottero si sposta su di loro, li segue, li consegna nelle mani degli uomini in mimetica.

Alle nove di mattina Giuseppe La Gala fa il bilancio definitivo con il Comandante provinciale Maurizio Mezzavilla, che ha coordinato questa operazione nell’ambito delle indagini sul duplice delitto di Torpignattara. I killer mancano all’appello ma le facce degli investigatori sono distese. Sembrano ottimisti. Un alto ufficiale dell’Arma si lascia sfuggire una battuta: «Le assicuro che non brancoliamo nel buio». E poi: «Sui giornali si legge che a quest’ora chissà dove sono scappati; ma se noi li cerchiamo ancora qui, tra il Pigneto e Torpignattara, abbiamo i nostri buoni motivi». Il rischio, che tutti conoscono e non sottovalutano, è che se i due killer dovessero riuscire a espatriare, sarebbe davvero difficile catturarli: «O l’hanno già fatto, oppure è difficile che ci riescano, la città è sigillata, se sono dentro non li faremo uscire». © Massimo Martinelli

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