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Omicidio Melania, svolta dall’autopsia, arrestate Parolisi

Melania Rea

Melania Rea

Stavolta Salvatore Parolisi è davvero all’angolo. Dietro la richiesta d’arresto avanzata per lui dalla Procura di Ascoli, ci sono 88 pagine di relazione medico legale che pesano come un macigno, che lasciano al caporal maggiore del Reggimento Piceno pochi margini, che lo indicano una volta di più come l’assassino di sua moglie, Melania Rea. Ancora poche ore e sapremo. Ancora un giorno o due, e il giudice per le indagini preliminari Carlo Calvaresi, un magistrato pacioso quanto pignolo, deciderà se accogliere o meno la richiesta di manette avanzata dal pm Umberto Monti, e soprattutto si pronuncerà sulla competenza territoriale, probabilmente affidando a Teramo il proseguimento dell’inchiesta. Perché il professor Tagliabracci lo conferma: Melania Rea, 29 anni, moglie di Salvatore e madre della piccola Vittoria, bella e innamorata del marito, è stata uccisa con trenta coltellate nel bosco delle Casermette, a Ripe di Civitella, in provincia di Teramo appunto, probabilmente intorno alle due e mezza del pomeriggio di lunedì 18 aprile. Ormai tre mesi fa. Melania finì di consumare il suo ultimo pasto alle 13.10 di quel giorno. Il professor Tagliabracci, esaminate le tracce della digestione, ritiene che sia stata uccisa non oltre le due ore da quel pasto. E aggiunge che è morta dissanguata nello spazio di «qualche decina di minuti». E’ da questo ragionamento tecnico che si arriva all’ora del delitto: le due e mezza quindi, minuto più minuto meno.

Dov’era Salvatore Parolisi a quell’ora? Lui ha raccontato fino alla noia la storia della bambina sull’altalena, al pianoro di Colle San Marco, di Melania che si allontana per andare in bagno, di lui che l’aspetta per una mezz’ora buona, di lei che non tornerà più. E i carabinieri gli hanno creduto, almeno all’inizio gli hanno creduto, fino a dover concludere, dopo due mesi buoni di indagini, che nessuno a San Marco lo aveva mai visto, né il confuso gestore del chiosco, né i ragazzi in gita e neppure i due pensionati ascolani arrivati fin lassù a godersi il pomeriggio di sole. Né lui, né la piccola Vittoria e neppure la povera Melania.

Ora l’autopsia dice di più, molto di più. Dice che l’omicidio di Melania è stato in realtà uno «scannamento», una parola che aggiunge orrore all’orrore, anche se in realtà sposta di poco quello che già si sapeva: un colpo decisivo alla gola mentre lei tentava la fuga. L’autopsia dice anche che sul corpo di Melania non ci sono altre tracce di dna all’infuori di quelle di Salvatore Parolisi, allontanando decisamente anche un’ipotesi per tanto tempo coltivata, quella di un complice sulla scena dell’omicidio. C’è una traccia in particolare, sulla bocca di Melania, una traccia di dna di Parolisi che arriva fino al palato: l’ultimo schiaffo o l’ultimo bacio?

A voler essere precisi, in verità, un’altra traccia sul corpo di Melania è stata trovata, dna femminile tra le dita, ma potrebbe essersi trattato di una banale stretta di mano, un incontro casuale della donna nell’ultima mattina della sua vita. Mentre ben altra rilevanza assumono, ad esempio, i pollini trovati sulle scarpe della donna ed esaminati al microscopio: sono pollini che si trovano sia a Folignano, nel paese alle porte di Ascoli dove abitavano, sia alle Casermette. Ma non a Colle San Marco: un altro elemento che smentisce Parolisi.

L’autopsia si occupa anche delle coltellate inferte in un secondo tempo, della messa in scena della siringa sul petto, e conclude che tutto deve essere accaduto «non molte ore prima» del ritrovamento del cadavere, nel pomeriggio di mercoledì 20 aprile, sulla base di una segnalazione che ancora rimane anonima. Per questo gli investigatori si stanno concentrando sulla ricostruzione di tutte le mosse di Parolisi nella serata e nella notte fra il 19 e il 20 aprile. Sospettano, cioè, che in quelle ore possa essere tornato alla Casermette nel disperato tentativo di depistare.
Che poi, tecnicamente, sono stati proprio i tentativi di depistaggio di Parolisi -o almeno quelli che la procura considera tali- a motivare la richiesta dell’ordine di custodia. Perché tutto si può dire di lui, ma non che abbia mai tentato la fuga. E neanche si può invocare il rischio di reiterazione del reato, perche nessuno si sognerebbe di dire che il suo atteggiamento è quello di un serial killer. Ma che ha depistato, questo sì, questo la procura di Ascoli lo ritiene assodato, e infatti parla di rischio di inquinamento delle prove.

Due gli episodi in particolare. Il primo subito dopo il delitto, quando fece sparire da Facebook, con una rapidità che risultò subito sospetta, la sua casella di Vecio Alpino, il nickname che usava anche mantenersi in contatto con Ludovica, al soldatessa innamorata di lui. Il secondo è il famoso telefonino che ricoprì di rametti e nascose beffardamente in un prato di Villa Pigna, a Folignano, ai primi di giugno. Ma fu visto, il telefonino venne recuperato, e lui non fece una piega: usava anche quello per contattare Ludovica.

La stranissima parabola di quest’inchiesta, infine, ha riservato un’altra sorpresa. E’ accaduto quello che poche altre volte accade, forse mai: la notizia della richiesta dell’ordine d’arresto viene fuori da Ascoli prima che il giudice Calvaresi decida di accoglierla o meno. Parolisi può giustamente lamentarsene: dopo essere stato indicato a destra e a manca, in tutti i talk show della Penisola, come il sospettato numero uno dell’omicidio senza essere ancora neppure indagato, ieri gli è toccato apprendere dai siti e dalle tv la notizia della richiesta dell’ordine di custodia.
Un altro corto circuito mediatico-giudiziario che ha portato da un lato la procura di Ascoli ad aprire un’inchiesta per la fuga di notizie – interrogando a tamburo battente alcuni giornalisti -, e dall’altro la difesa di Parolisi, gli avvocati Biscotti e Gentile, a chiedere un’ispezione ministeriale. Ma la verità sul l’omicidio di Melania, almeno quella, avanza a grandi passi.

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