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Obbligo di frequenza scolastica fino a 17 anni

Obbligo formativo

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Prolungare l’obbligo di frequenza fino a 17 anni consentendo ai ragazzi di imparare un mestiere e contrastando al contempo gli abbandoni. Ma anche trasformare gli istituti in centri di aggregazione del quartiere, per realizzare una più completa integrazione e maggiori scambi tra scuola e società. Fanno discutere le proposte annunciate a ”Il Mattino” dal ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, convinto che il progetto pilota per una nuova scuola debba partire proprio dal Mezzogiorno. Massimo Di Menna, segretario della Uil scuola, è perplesso sulle idee del ministro: «Intenzione buona ma aumentare l’età dell’obbligo di per sé non risolve nulla». È la fase successiva, quella dell’ingresso nel mondo del lavoro, a preoccupare il sindacalista ma anche Valentina Aprea, Pdl, presidente della commissione Cultura di Montecitorio. «Sono d’accordo con il ministro Profumo, ma a una condizione: che a 17 anni i ragazzi abbiano un titolo immediatamente spendibile. È positivo dare un’opportunità a chi ha fretta di uscire dalla scuola o ha talenti per attività manuali. Del resto voglio ricordare che già la riforma Moratti prevedeva proprio questa possibilità». Caterina Miraglia, assessore alla Promozione culturale della Regione Campania, spiega che «sono la sicurezza e il tempo scuola le nostre priorità» e pertanto chiede «al governo di non trascurarle nella definizione del piano Sud pensato per la Campania».

«Prima di tutto c’è la sicurezza per i nostri figli. Se le risorse promesse dal ministro si sommano ai 107 milioni di fondi Fas sbloccati l’anno scorso, realmente si potrebbero migliorare le condizioni di molti edifici», aggiunge Miraglia. Non solo: si potrebbe garantire il tempo prolungato a tutte le famiglie che lo richiedono, mentre oggi non si riesce a soddisfare tutte le richieste. Edifici più sicuri e più dignitosi: la vera ricetta per la scuola del Sud passa anche attraverso questa strada, spiega ancora Di Menna. «Anzi, dirò di più: le scuole dovrebbero essere le strutture più dignitose di tutto il quartiere. Anche da qui nasce il rispetto per la scuola e per gli insegnanti. Gli istituti fatiscenti, quando non addirittura pericolosi, non aiutano a migliorare la considerazione che si ha nei confronti della scuola e dei docenti».

Tasto dolente quello degli insegnanti, poco pagati e costretti ad affrontare situazioni difficili nelle scuole di frontiera del Sud. «Perché non prevedere incentivi per questi insegnanti, verificando i risultati ottenuti sul piano del recupero dei ragazzi?», suggerisce Di Menna. Un incentivo economico, insomma, per chi lavora in condizioni di disagio. Fatto è che le risorse sono scarse e nonostante «i tagli siano finiti» – così ha assicurato il ministro Profumo – la scuola dovrà cercare soprattutto di investire meglio, razionalizzare e ottimizzare le spese. Ottenere investimenti dagli enti locali o dalle imprese – trasformando la scuola in centro di aggregazione aperto a tutti – non può essere una soluzione, secondo Aprea.

Semplicemente – dice la parlamentare del Pdl – perché già accade e semplicemente perché anche i probabili interlocutori (Comune, aziende) si trovano in ristrettezze economiche. «L’idea non è innovativa. Ma come la mettiamo con i costi? Costa di più mantenere la struttura aperta e costa di più anche prolungare l’orario di lavoro del personale. Mi auguro che il ministro abbia modo di spiegarci le finalità di questi suoi progetti il 10 gennaio, quando verrà in commissione Cultura per una audizione». © Maria Paola Milanesio

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