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La battaglia dei No Tav, proteste da Torino a Roma

Scontri tra i No Tav e la polizia

Scontri tra i No Tav e la polizia

La Libera Repubblica della Maddalena non esiste più. La conquista di Fort Alamo è durata 4 ore ed è costata 80 feriti, metà da una parte, metà dall’altra. Ma ora lassù, nei boschi sopra Chiomonte, gli operai protetti come rockstar da cordoni di poliziotti hanno recintato il sito dove da settembre si comincerà a scavare il tunnel. Al fortino l’attesa della battaglia annunciata è finita alle 5 del mattino. Il segnale sono 16 bengala che rompono l’oscurità. «Stanno arrivando, stanno arrivando, una colonna è partita da Bardonecchia, l’altra da Torino». Sull’A32, l’autostrada che collega l’Italia alla Francia, avanza il lungo serpentone di blindati: sono duemila elmetti, tra poliziotti, carabinieri e finanzieri. In testa al convoglio c’è un bulldozer armato di pinze che spiana le barricate e i check point artigianali. I celerini raggiungono il fortino, agganciano una catena al cancello, lo sradicano sotto una sassaiola. Sul presidio piovono centinaia di lacrimogeni, gli attivisti si disperdono nei boschi, gli agenti prendono possesso del sito, con decisione. Una prova di forza che in Val di Susa non si vedeva dal 2005: il pronto soccorso di Susa a breve si riempe, alla fine il conto è di 40 contusi per parte, due denunciati, un po’ di fionde e bastoni sequestrati. La politica bipartisan si frega le mani. Tutti soddisfatti, tranne le frange più a sinistra, dalla Sel di Vendola a Rifondazione di Ferrero. Parla persino Berlusconi: «Abbiamo ascoltato tutti, sentito le ragioni delle diverse parti, ora non si può più perdere tempo, perché rischiamo di restare fuori dall’Europa».

Vent’anni dopo il progetto, il primo pezzo di Tav parte, seppur col manganello. Ma è anche l’ultimo, se avessero ragione gli oppositori del superteno, che ieri mattina hanno abbandonato il presidio a testa bassa e con gli occhi gonfi a causa dei lacrimogeni: «Abbiamo perso un round, non la guerra», ha detto il leader storico del movimento, Alberto Perino. Una sorta di chiamata a raccolta alla disubbidienza civile, che ha sùbito attecchito in più parti della Penisola: cortei a Torino, presidi a Milano, Cagliari, Roma, al grido di «se non cambia, Val di Susa qui».

I No Tav non sono soli nella loro battaglia contro l’apertura del cantiere per la Torino-Lione. Dal web tramite Youtube, Facebook, Twitter e blog è arrivata loro la solidarietà di greci, spagnoli e francesi. E internet ha anche dato supporto organizzativo, con la cronaca degli scontri e le indicazioni per evitare i posti di blocco delle forze dell’ordine. Con i manifestanti anche Beppe Grillo, che dal suo blog scrive: «È una truffa da 17 miliardi».

Luigi Casel, uno dei leader del movimento No Tav, che cosa accade ora che avete perso il presidio della Maddalena?
«Lo decideremo con l’assemblea, tutti insieme. Posso dire che la battaglia continua e che sarà civile, pacifica e popolare come lo è stata negli ultimi 22 anni. La presa del cantiere era scontata, se metti un esercito contro la popolazione il primo vince. Siamo contenti perché nessuno si è fatto troppo male».

Dopo quanto accaduto non c’è il rischio di un’escalation di violenza?
«Assolutamente no. Il movimento era conscio del fatto che lo sgombero era la conclusione naturale del presidio. Non c’è neanche rabbia, semmai perplessità per il dispiegamento di forze. Poi di pazzi è pieno il mondo da una parte e dall’altra».

E il rischio che il movimento si dissolva?
«Figuriamoci. Tutta la valle ha ben chiaro che non sono arrivati per niente. Ci hanno messo due anni e costi elevatissimi per mettere una recinzione. Il nostro intento, al contrario, era rendere evidente che quest’opera ha le ore contate ma non a causa nostra: non ci sono soldi per farla, 670 milioni sono nulla in confronto a 20 miliardi. E li hanno già spesi tutti in progetti».

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