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Figlio Bossi condannato per gavettone candeggina

Roberto Libertà e Umberto Bossi

Roberto Libertà e Umberto Bossi

Millequattrocento euro sono ben poca cosa per le casse di casa Bossi. Però quella somma da versare – su decisione di un giudice – a un militante di Rifondazione Comunista deve aver incupito la famiglia reale padana visto che a causare l’esborso è stata un’intemperanza del terzogenito del Senatur, Roberto Libertà, ventunenne che finora si era tenuto lontano dalle cronache passando per «figlio modello» e che ora invece fa parlare di sé per motivi non certo nobili, proprio come accadde a Renzo Bossi di cui si sentì parlare le prime volte in relazione alle sue vistose difficoltà scolastiche. Prima delle elezioni regionali del 2010, il fratello minore del Trota aveva malamente insultato un militante di Rifondazione – Luigi Schiesaro, 49 anni – che stava attaccando manifesti a Luino, sul Lago Maggiore, in uno spazio autorizzato. Quindi insieme con altri militanti leghisti gli aveva rovesciato addosso gavettoni di acqua e candeggina che avevano causato una grave irritazione al volto del malcapitato, valutata dai medici con una prognosi di sette giorni. Ora il giudice di pace di Gavirate, dopo aver sentito un cospicuo numero di testimoni che assistettero alla bravata di Roberto Libertà e dei suoi amici, ha deciso di condannare il figlio di Bossi al risarcimento dei danni morali e materiali: millequattrocento euro, appunto. Nelle motivazioni della sentenza si fa anche esplicito riferimento alla frase ingiuriosa urlato dal giovane Bossi al più anziano militanti di Rc: «Eccolo lì il bastardo».

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