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Estorsione Berlusconi, arrestato Tarantini e moglie

Gianpaolo Tarantini

Gianpaolo Tarantini

Una missione – da un capo all’altro del mondo – chiara e condivisa: metterlo «con le spalle al muro», «andargli addosso», «tenerlo sulla corda», «sotto pressione», «vederlo in ginocchio». In una frase: fargli una estorsione, secondo la Procura di Napoli. Vittima eccellente il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nel corso dell’inchiesta culminata ieri mattina in arresti, blitz e sequestri: in cella finiscono l’imprenditore pugliese Giampaolo Tarantini, classe ’75, da ieri tradotto nel carcere di Poggioreale; e la moglie Angela Devenuto, classe ’77, ospite del penitenziario femminile di Pozzuoli; resta invece inseguito da un provvedimento di cattura probabilmente in Bulgaria, il direttore del quotidiano on line «Avanti!» Valter Lavitola. Inchiesta stralcio del filone P4, l’ipotesi è di estorsione ai danni del premier, che sarebbe stato costretto ad assicurare soldi e benefici ai coniugi Tarantini – grazie alla mediazione di Lavitola – per ottenere il patteggiamento dell’imprenditore pugliese nel corso del processo barese sulle escort di Palazzo Grazioli. «È pura fantasia quanto ipotizzato dai pm», commenta da Parigi Berlusconi, «ho dato una mano ad una famiglia con figli e lo faccio come avviene con una miriade di persone. Me lo posso permettere». Storia di donne, soldi e ricatti.

Il prologo nell’estate di due anni fa, quando vennero a galla i nomi del rampante imprenditore Tarantini (esperto in protesi sanitarie, in rapporti di lavoro con società in affari con Finmeccanica) e della escort Patrizia D’Addario. Due anni dopo, quando il processo barese a Tarantini per sfruttamento della prostituzione non è ancora decollato, Lavitola ottiene soldi ed elargizioni per garantire una scelta processuale meno dannosa possibile per il premier, non indagato a Bari ma ritenuto comunque «l’utilizzatore finale» delle prostitute della scuderia Tarantini. È l’ipotesi coltivata dalla Procura di Giovandomenico Lepore e dell’aggiunto Francesco Greco, che potrebbe a questo punto spingere gli inquirenti a convocare Berlusconi come persona informata dei fatti.

Facile intuire le domande dei pm: è vero che il premier è stato costretto a versare soldi per spingere Tarantini a non parlare del premier? Pagava per ottenere il patteggiamento di Tarantini, in modo da impedire un processo lungo e mediaticamente d’impatto? È vero che i soldi girati ai coniugi Tarantini servivano ad impedire il rito ordinario, con una sfilata di escort e testimonianze a effetto? Sono i punti al centro della misura cautelare firmata dal gip Amelia Primavera, al termine delle indagini dei pm Francesco Curcio, Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli. Indagine condotta dalla Digos del primo dirigente Filippo Bonfiglio, che ieri ha perquisito la casa ai Parioli di Tarantini e domicili di ditte e società riconducibili agli indagati. Soldi e ricatti, dunque: un «appannaggio» mensile in forma occulta, ma anche una presunta tangente da 500mila euro, come rivelato ad agosto da «Panorama», con tanto di intervista in cui il premier sosteneva di aver solo aiutato un uomo disperato (Tarantini), respingendo così l’ipotesi di estorsione.

Agli atti anche una lunga intercettazione tra Berlusconi e Lavitola di luglio, da cui emerge il distacco del premier dalle «premure» di Lavitola. Alla fine, però, solo una parte dei soldi spillati al premier sarebbe finita a Tarantini. Da Panama (dove Lavitola commercia pesce), il giornalista avrebbe svolto il ruolo «triangolatore» proprio grazie alla sua «speciale vicinanza» con Berlusconi: centomila euro per i coniugi, il resto su conti correnti d’oltreoceano, raccontano le carte dell’inchiesta. Indagato a Napoli anche in un fascicolo su Finmeccanica e sul caso P4, Lavitola appare come il perno dei rapporti tra Berlusconi e Tarantini. Si serve di un factotum peruviano, tale Rafael Chavez, per mandare note scritte o entrare in contatto con la segretaria di fiducia del premier. Al cugino Antonio Lavitola e al collaboratore Fabio Sansivieri (indagati a piede libero), ordinava al telefono di smistare soldi e incassi oggi ritenuti sospetti.

È il capitolo dei contatti con Marinella Brambilla (non indagata, oggi funzionario della Presidenza del Consiglio) e con il «signor Alfredo» (uomo di fiducia di Berlusconi), terminali delle richieste di Lavitola. Dopo il via libera di Berlusconi, da Roma partivano le «foto da stampare», espressione ricorrente nelle intercettazioni, quando la Brambilla diceva a Lavitola «ora puoi mandarmi «Jannino tuo». Ogni «foto da stampare» corrispondeva a 10mila euro. Un network di contatti, quello del giornalista, anche grazie a quella «speciale vicinanza» con Berlusconi che vantava (o millantava?) con i suoi interlocutori. A lui si rivolgono in tanti: l’imprenditore Roberto Guercio (non indagato) per chiedere che da Roma («dalla presidenza del Consiglio o da Frattini») parta una telefonata al premier albanese Sali Berisha, per alcuni affari nel campo delle dighe; ma anche con soggetti di alta responsabilità istituzionale, come l’ammiraglio Alessandro Picchio (non indagato), consigliere militare della Presidenza del Consiglio, che il 27 maggio parlava delle evoluzioni normative di interesse del Lavitola. Inchiesta complessa, restano filoni aperti: gli affari «loschi» di Lavitola consulente di Finmeccanica, i rapporti con Raitrade, per la vendita di film nel mondo, la «malversazione di fondi dell’editoria alla International press che edita l’Avanti. Rapporti scanditi dalla «vicinanza speciale» con gli ambienti che contano. di Leandro Del Gaudio © Il Mattino

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