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Carbosulcis, nella miniera anche cinque donne

Donne nella miniera di Nuraxi Figus

Donne nella miniera di Nuraxi Figus

Con i minatori che occupano il pozzo di Nuraxi Figus è più facile parlare nelle viscere della terra. Quando risalgono dal loro turno di prigionia, a meno 400 metri, sono stravolti, stanchi, senza fiato. Appaiono come degli zombie, all’uscita della gabbia, l’ascensore che li porta su e giù. Dal cielo a covo: sono tre-quattro minuti di viaggio. Interminabile, da incubo per chi non è abituato a quello che è davvero un salto senza rete nell’abisso. Nel pozzo chi protesta è più a suo agio, si muove con sicurezza nelle lunghe gallerie, scrive, mangia e dorme come se fosse fra le mura di casa. È persino capace di trasformare qualunque legno in un artistico gancio per appendere il caschetto giallo. Oltre all’aria, qua sotto, è la tensione a essere pesante. Addirittura ingombrante come i 690 chili di esplosivo chiusi nella riservetta, ma pronti a essere usati – dicono i minatori – se da lassù dovessero arrivare segnali pessimi per il futuro della Carbosulcis. Il gesto di Stefano Meletti conferma che a livello del mare c’è ancora chi non ha capito forza, coraggio, determinazione e testardaggine del popolo del Sulcis. «Noi abbiamo il premex, l’esplosivo, e mille detonatori, con quello sì che qualcuno ci ascolterà», sono state le parole di Antonello Cherchi, che nella miniera lavora da quand’era un ragazzotto e adesso, diventato padre, ha una sola certezza: «Qui lottiamo per la sopravvivenza. Non c’è nulla di preparato, siamo pronti a tutto». Anche ad andar di «matto», perché a loro basterebbero pochi minuti per innescare la grande bomba. I minatori sono tosti, oltre ai soliti angeli neri – neri per le facce coperte dalla polvere di carbone – ci sono anche le donne. Sono in cinque: Patrizia Gaias, Valentina Zurru, Giuliana Porcu, Valentina Boi e Valentina Santacroce, neanche loro sono disposte a fare un passo indietro. «Non molleremo», hanno detto insieme prima che la conferenza stampa di ieri degenerasse per soccorrere il minatore col polso tagliuzzato. Ognuna di loro avrebbe una bella storia da raccontare, ma non sono queste le giornate delle passerelle, com’è accaduto mesi fa a due di loro con un reportage dedicato su alcune pagine patinate. No, adesso anche le donne hanno un solo credo: combattere. Come hanno fatto, nel 1993, padri, fratelli e cugini, che rimasero sotterra cento giorni, un’enormità, per non finire tutti ingoiati dall’incubo di allora, la cassa integrazione. Cicci Marotto della rappresentanza sindacale interna li ha ricordati anche ieri quei tre mesi tremendi: «Sono state settimane spaventose, ma alla fine abbiamo vinto noi». © U.A.

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