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Camorra, indagato il capo della Squadra mobile di Napoli

Vittorio Pisani

Vittorio Pisani

Le agenzie battono la notizia, i siti web la rilanciano con maggiori dettagli, e allo sconcerto per il clamore e la gravità delle accuse si aggiunge la solidarietà istituzionale, l’attestazione di massima fiducia del ministro dell’Interno, del capo della Polizia, dei suoi colleghi. Le parole durissime del procuratore Lepore, in conferenza stampa, fanno da contraltare: chi è, dunque, Vittorio Pisani? L’integerrimo poliziotto di cui parlano Maroni e Mantovano, Antonio Manganelli e i sindacati di polizia? L’uomo che ha catturato, dopo quindici anni di latitanza, il capo dei Casalesi Antonio Iovine e, prima ancora, Raffaele Amato e Paolo Di Mauro, Luigi Mocerino e Domenico Antonio Pagano, Giuseppe Dell’Aquila ed Edoardo Contini? O l’investigatore che per anni «non ha indagato su capitali illeciti» prodotti dal riciclaggio e l’usura praticati dal clan Lo Russo? Avrà tempo e modo di spiegare, chiariscono in Procura, anche perché il divieto di dimora non è un’interdizione dall’ufficio. E quindi, se il capo della polizia vorrà – come in effetti ha voluto – Vittorio Pisani potrà continuare a lavorare, anche se in un luogo diverso dalla questura di Napoli. Dove, però usano le parole di Arnaldo La Barbera: «Nel nostro mestiere – diceva riferendosi alla pratica mafiosa dell’infangare l’avversario – l’accusa che ti fanno vale più di un encomio». Le ricorda pure Pisani quelle parole, che in più occasioni – non ultima, dopo la pubblicazione delle indiscrezioni sui verbali di Lo Russo – le ha ripetute per rimarcare che un poliziotto vero, a furia di mettere le mani nella melma, finisce per essere per essere colpito da uno schizzo di fango.

Una carriera fatta di brillanti successi e di tantissime polemiche. Per esempio, quelle sull’uso disinvolto dei confidenti che gli costò, una dozzina di anni fa, l’allontanamento dalla questura di Napoli. A quel tempo la sua fonte privilegiata era Guglielmo Giuliano, fonte utilissima ma latitante. «Bisogna mettere in chiaro con l’informatore – ha detto una volta nel corso di un’intervista – che al clan a cui appartiene non verrà risparmiato nulla. E il confidente non deve essere coinvolto nell’attività investigativa».

Quando scoppiò la vicenda Giuliano, Pisani fu trasferito a Roma, al Servizio operativo centrale, dove gli fu affidato il compito di prendere uno dei capi della Sacra Corona Unita, Raffaele Prudentino. «Dopo sei mesi di caccia – raccontò il poliziotto – lo prendemmo in Grecia». Qualche anno dopo, rientrato a Napoli e diventato capo della Squadra Mobile, il suo nome fu associato all’attuale procuratore di Nola, Paolo Mancuso. Era il 2004. Sarebbe stato Pisani, secondo l’accusa – poi archiviata – a rivelare al magistrato che il suo nome era stato fatto da alcuni personaggi intercettati.

Taciturno e polemico, Vittorio Pisani è riuscito ad andare controcorrente anche a proposito di Roberto Saviano: «A noi della Mobile – disse – fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione della scorta». Un’altra intervista, più recente, ha fatto invece da riscontro alle accuse sulle sue frequentazioni con Marco Iorio. Aveva detto che l’attività di riciclaggio che viene svolta a Napoli è frutto del reinvestimento di capitali sottratti al fisco. Non aveva mai nominato la camorra.

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