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Arrestato il boss Michele Zagaria, latitante 2.0

L'arresto di Michele Zaccaria

L'arresto di Michele Zaccaria

«Si nascondeva in un bunker altamente tecnologico con pareti a scorrimento meccanico e sistemi innovativi che non ho mai visto usare, in tanti anni, né in Sicilia né in Calabria». Gilberto Caldarozzi, capo dello Sco (Servizio Centrale Operativo) della polizia, non nasconde una certa sorpresa per il livello «qualitativo» dei sistemi di sicurezza escogitati dalla primula rossa dei casalesi Michele Zagaria. Eppure, a tradire il «boss 2.0» sono state proprio le necessità quotidiane: due stecche di sigarette portate la scorsa notte e l’anomalo consumo di energia elettrica. Si sentiva intoccabile nel suo rifugio, ma «proprio il fatto di sentirsi fin troppo sicuro credo sia stata, invece, la chiave che ci ha dato la possibilità di intervenire», aggiunge Caldarozzi. «Che si nascondesse in quel covo lo sospettavamo da tempo, anche sulla base delle giuste piste seguite da Vittorio Pisani, ma nelle ultime ore, anche grazie al supporto dello Scico della Guardia di Finanza (che ha impiegato un aereo con un rilevatore di calore umano in profondità) abbiamo avuto conferme della sua possibile presenza».

Ad aiutare gli investigatori anche un’intercettazione telefonica in cui si parlava di «’u ping pong» riferendosi al rumore che faceva il meccanismo (azionato da un telecomando in possesso del solo Zagaria) che permetteva alla parete della stireria di scorrere e liberare la botola di accesso al bunker. Il padrino era nascosto cinque metri sottoterra e proprio il fortino di cemento armato si stava per trasformare nella sua bara per mancanza d’aria. «Quando abbiamo staccato la luce – continua Caldarozzi – si è fermato quello che poi abbiamo scoperto essere un complesso sistema di ventilazione che garantiva l’ossigeno nel covo. Nell’intervento (durato quasi 10 ore) abbiamo effettuato una doppia cinturazione, anche con un controllo delle vie di accesso e di uscita, per bloccare le possibili via di fuga. Avevamo anche strumenti per il carotaggio utili a scendere diversi metri nel sottosuolo». La polizia ha letteralmente smantellato il piano, partendo dalle finestre fino ad arrivare alla porta di una stanza al piano terra, usata come stireria, «che presentava sotto lo stipite una sorta di incavatura che ci ha insospettito. Poi abbiamo sentito la voce di una persona e abbiamo capito che ormai eravamo vicini; dalla cattura ci separava soltanto una scala». Nel bunker, oltre ai libri anche un pc definito «interessante», una tv e le immancabili telecamere per il controllo esterno. © Francesco G. Esposito

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